Il Tirreno

Grosseto

Storie di “piene”, progetti idraulici e chiuse mobili

di Pierluigi Sposato
Storie di “piene”, progetti idraulici e chiuse mobili

Ombrone e altri fiumi tra documenti e mappe Da oggi a dicembre mostra all’Archivio di Stato

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GROSSETO. Le chiamavano “piene” ma sulla portata non ci sono certezze. Né su quelle ottocentesche né, a maggior ragione, su quelle di epoca medievale. Le chiamavano “piene” e senza dubbio si trattava di eventi eccezionali, che sconvolgevano un territorio tuttavia non antropizzato come quello degli ultimi due secoli.

«Molta documentazione sulla prevenzione ma poca sugli eventi. E sull’entità non riusciamo a fare una scala di gravità», dice Maddalena Corti, direttrice dell’Archivio di Stato che ha scandagliato i fondi depositati in piazza Socci dai quali ha comunque ricavato un’interessante rassegna di documenti, da oggi in mostra. Fondo del Comune, fondo della Regia Prefettura, fondo del Genio civile. C’è tutto il panorama maremmano, comunque, nella mostra “L’Ombrone e altri fiumi: breve storia delle alluvioni in Maremma”, perché storicamente anche gli altri corsi d’acqua hanno creato devastazioni o comunque apprensioni. Una mostra che sarà visitabile tutti i giorni feriali (ma anche domenica 9 ottobre in occasione del progetto nazionale Domenica di carta) fino al 31 dicembre.

Una primissima testimonianza è quella del Villari, riportata dal Bollettino della Società storica maremmana: è il 1333 e si parla dell’alluvione che interessò Firenze e la Maremma. Si suppone a causa dell’Ombrone. Che attraverso i documenti conservati torna a far parlare di sé solamente nel XIX secolo. C’è un documento del 1822 “Rotte dell’argine dell’Ombrone nei beni del signor Micheli”: ma anche qui non sono specificati danni gravi. Nel 1848 di piene dell’Ombrone parlano gli ingegneri Passerini e Manetti (Ufficio bonifica), con 14 “rotte” all’argine Ximenes e danni all’altezza del fosso Beveraggio. Una piena a novembre ci fu anche nel 1864 (lo testimonia una targa): ancora nel 1896 Angelo Picchi, barcaiolo di Grancia, lamentava gravi danni, superiori a quelli registrati trentadue anni prima e fu risarcito dal Comune per quei 10 centimetri di acqua che gli avevano allagato casa. Alla piena del 1864 fa riferimento anche la proposta di costruzione di due igrometri sull’Ombrone avanzata dal Genio civile nel 1870. In quegli anni il problema doveva essere cresciuto se fu avanzata l’idea della costruzione di una chiusa mobile a Porta Vecchia in riferimento a un’alluvione del gennaio 1868: un’idea ancora visibile nelle scalanature presenti ai lati della porta, destinate ad accogliere il macchinario. A quei tempi di parlava anche della necessità di adeguare la rete fognaria.

In quello stesso gennaio 1868 anche il Bruna aveva brontolato: il Genio civile reclamava lavori urgenti. Per l’anno successivo sono state rinvenute notizie di altre due piene, mentre nel 1880 una piena particolarmente potente aveva portato via e danneggiato la barca utilizzata per l’attraversamento.

Si passa al primo dopoguerra, quando Campagnatico aveva proposto lavori per la difesa dell’abitato di Paganico, poi approvati nel 1921 dal ministero dei Lavori pubblici. Nel 1928 l’Ufficio tecnico della Provincia segnalava danni enormi nella zona di Massa Marittima, compresi Montieri e Sassofortino, ma anche a Scansano.

Per l’alluvione del 1944 non esiste alcun documento di archivio, aggiunge la direttrice, se non la lapide sulle Mura medicee e alcune testimnonianze orali. Questa alluvione danneggiò molta documentazione dell’Archivio di Stato, che l’allora direttore Vittorio Petroni aveva poi raccolto in via Monterosa (qui la sede fino al 1980) per il recupero.

Il resto è quasi storia recente: danni all’acquedotto di Grosseto nel 1951 e nella zona sud della provincia; tra il 1959 e il 1961 opere di bonifica danneggiate dal Pecora a Scarlino. Poi i fondi archivistici si fermano, per loro natura. Da allora a oggi ci sono le cronache dei giornali e i libri.

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