La manifestazione
Ex consigliere a giudizio per falso
Grosseto, Massimo Felicioni è accusato di essere stato incompatibile con la carica perché consulente della partecipata San Lorenzo
GROSSETO. L’ex consigliere comunale Massimo Felicioni è imputato in Tribunale per falso ideologico. Un’accusa che risale ai tempi in cui, nel giugno 2011, gli eletti nelle consultazioni amministrative del mese precedente dovevano presentare l’autocertificazione in cui dichiaravano che non sussisteva alcun motivo di ineleggibilità o incompatibilità.
Secondo la Procura, tale dichiarazione sarebbe falsa, perché dal 2007 a tutto il 2011 Felicioni da libero professionista (è architetto) avrebbe prestato la sua opera in qualità di consulente organizzativo e operativo in materia di organizzazione e sicurezza del lavoro a favore della società San Lorenzo Servizi srl, società controllata dal Comune di Grosseto al cento per cento. Tale opera professionale, ancora secondo l’accusa, avrebbe integrato una causa di incompatibilità.
Di questo aspetto si era parlato anche nel corso di un consiglio comunale, nel marzo 2016, quando vi fu un acceso scambio di battute tra l’allora capogruppo di Grosseto Oggi («Posso parlare di partecipate perché sono un uomo libero») e l’allora sindaco Emilio Bonifazi («Ho dubbi sulla compatibilità di Felicioni») che chiese poi al segretario generale di verificare la posizione del consigliere. Felicioni si era poi dimesso dall’incarico alla San Lorenzo Servizi ma le carte erano finite comunque in Procura.
In aula, di fronte al giudice Giovanni Puliatti, il confronto è soprattutto una questione di formalità. Quella dichiarazione sostitutiva, spiega la norma, può essere presentata o con la sottoscrizione in presenza di un dipendente addetto oppure con sottoscrizione e presentazione di una fotocopia di un documento di riconoscimento del sottoscrittore.
La difesa (gli avvocati Carlo Valle e Nicola Tamburro) insiste molto su questo aspetto, al punto che già in occasione di un’altra udienza era stata presentata una richiesta di proscioglimento immediata, perché in questo caso «si esclude decisamente - aveva argomentato - che l’imputato ebbe a sottoscrivere la dichiarazione in presenza del dipendente comunale»: in caso contrario, vi sarebbe stata un’annotazione sull’atto, per individuare l’identità del soggetto che aveva ricevuto la pratica. Per quanto riguarda Felicioni, vi è solo un timbro dell’Archivio generale del Comune, con la data 9 giugno 2011.
Il sostituto procuratore Salvatore Ferraro si è opposto al proscioglimento, ritenendo che non vi siano i presupposti. E anche la mancanza della fotocopia del documento di riconoscimento sarebbe irrilevante. Il pm aveva poi incaricato i carabinieri della Procura di effettuare alcune indagini volte a ricostruire le modalità di deposito e a individuare il dipendente che aveva ricevuto l’atto. I carabinieri avevano ricostruito che Felicioni potrebbe aver recapitato a mano l’autocertificazione senza allegare il documento di identità, anche perché nessun altro consigliere l’aveva allegata.
In aula ieri è comparsa una dipendente comunale, individuata appunto in fase di supplemento di indagine: «Ma non fui io a ricevuto quel documento - ha spiegato - Io avevo soltanto dato il numero di protocollo in assenza dell’addetto». Momento di imbarazzo generale, poi la testimone ha fornito i nomi delle due incaricate dell’incombenza, ancora oggi in servizio. Sono state citate per la prossima udienza, fra un mese.
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