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Inchiesta Pandora, avvocato in carcere per scontare 28 mesi
È diventata esecutiva la sentenza di patteggiamento Adesso potrà chiedere di nuovo una misura alternativa
GROSSETO. Quando alcuni mesi fa capitò in redazione, per parlare della sua situazione dopo la sentenza, l’avvocato Gabriele Valassina era perfettamente a conoscenza di ciò cui stava andando incontro. Non dette una spiegazione diretta sul patteggiamento (proposta tra l’altro da lui avanzata quando le indagini non si erano ancora concluse) ma si capiva che lo aveva fatto perché riteneva insostenibile il peso di quanto si era addensato su di sé e perché non avrebbe tollerato che la sua pendenza giudiziaria rimanesse tale ancora a lungo.
Era seccato che il suo nome comparisse a più riprese sul giornale ma aveva finito per accettare la spiegazione del cronista che ciò sarebbe avvenuto tutte le volte che, per necessità di cronaca giudiziaria, sarebbe stato indispensabile per citarlo o come testimone ai processi o per indicarlo come coimputato - lui che aveva patteggiato per ben 69 capi di imputazione tra corruzione, truffa, falso e la molto più grave associazione per delinquere - quando le altre posizioni sarebbero state definite. Traguardo ancora lontano dall’essere raggiunto anche se la prossima settimana si apre il processo sul troncone “Studio Verde” dell’inchiesta Pandora che aveva fatto luce sui raggiri alle assicurazioni con i falsi incidenti.
Il nome di Valassina compare anche oggi sul giornale perché è stato portato in carcere per scontare la pena di 2 anni e 4 mesi che aveva concordato con il pm di fronte al giudice. Una notizia di per sé non nuova: Valassina è cella, nel carcere di Massa, dall’agosto scorso. Una notizia appresa però solo ieri.
Unico a pagare? Al momento sì. E verosimilmente questo è il cruccio maggiore per Valassina come anche per i suoi familiari, perché Gabriele - in questo vortice che dal dicembre 2009 ha finito per coinvolgere 250 indagati in vari filoni - si è di fatto ritagliato questo ruolo pur facendo capire che non di tutto si considerava responsabile. Ma all’epoca - era il marzo 2015 - non era possibile fare distinzioni: prendere (tutto) o lasciare.
E la sentenza non aveva potuto prevedere il beneficio della sospensione della pena. Una volta passata in giudicato, una volta effettuati tutti i passaggi per chiedere al Tribunale di sorveglianza l’applicazione di una misura alternativa come l’affidamento in prova (e lui che è avvocato sapeva benissimo come muoversi - in pieno accordo con il suo difensore), la sentenza è diventata esecutiva e per Valassina si sono aperte le porte del carcere. Per ora è così ma non tutto è finito: l’istanza potrà essere rivolta di nuovo.
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