Gioco
Coppia di sub nei guai per foto e video sul web
Sono imputati di ricerche archeologiche non autorizzate sui fondali del Giglio Avevano postato cartelle con le immagini delle loro escursioni. I dubbi del giudice
ISOLA DEL GIGLIO. Che Facebook possa rivelarsi un boomerang, a proprio danno, lo sanno adesso anche due appassionati sub di Montevarchi, finiti sotto processo perché sospettati di ricerche archeologiche abusive sui fondali di Giglio e Giannutri. A far aprire un procedimento penale nei loro confronti sono stati video e foto postati sul profilo di una di loro, con il nome dell’altro che vi era stato taggato. Che siano davvero loro ad essersi impossessati di alcuni reperti, tra cui una piccola anfora, e che quello sia davvero il fondale tra Giglio e Giannutri, dovrà dimostrarlo il dibattimento. Anche perché a casa loro sono stati trovati sì dei reperti, ma non quelli immortalati dalle riprese.
Per il momento, Daniele Gualdani e Laura Pasqui, 43 e 39 anni, sono sotto processo davanti al giudice Marco Mezzaluna per quanto sarebbe avvenuto nel corso del 2014. A far aprire il fascicolo erano state alcune segnalazioni, poi raccolte dai carabinieri. Tutto convergeva verso il profilo Facebook di Pasqui, nel quale erano presenti, come accertato grazie anche alla polizia postale del compartimento di Firenze, diverse cartelle con nomi ipoteticamente indicanti i fondali dell’arcipelago toscano: Giglius, Giannutrisss, Punta Fenaio-Secca delle Secche, pubblicati in due giorni dell’agosto 2014. In uno dei video si vedeva un sub che liberava un reperto dalla sabbia, l’anfora appunto. Le foto erano state firmate da Pasqui prima di essere messe sul web, e quindi taggate con i nomi dei compagni di immersione presenti. Non c’erano autorizzazioni per ricerche, non risultavano ritrovamenti; Pasqui e Gualdani non avevano denunciato alcunché. Si erano mobilitati i carabinieri del centro sub di Genova come anche quelli del nucleo tutela patrimonio artistico. Anche la Soprintendenza era stata interessata per sapere se avesse avuto notizia di ritrovamenti o se essa stessa avesse condotto campagne di scavo sottomarine. Era stata disposta una perquisizione domiciliare ma ciò che era stato sequestrato non corrispondeva a quanto individuato nelle riprese.
Si possono riconoscere i sub? ha chiesto il giudice facendo riferimento alle immagini comparse sul social: «Impossibile - ha risposto uno dei marescialli dei carabinieri ascoltati in aula - Ci sono elementi dell’attrezzatura particolari ma è difficile comunque individuare le persone ritratte. Le didascalie dicono che era Pasqui a fare le riprese. L’individuazione geografica è basata solo su quanto scritto nelle cartelle: non ci sono altri elementi».
Chiamati a testimoniare anche i soci di un diving dell’Argentario, dei cui servizi avevano usufruito i due imputati: hanno spiegato di non aver seguito i clienti nelle immersioni (su fondali profondi anche di 60 metri - l'attrezzatura in loro possesso è tale da consentirlo); di aver visto soltanto in foto e comunque di aver saputo dai loro racconti quanto c’era sui fondali; di non averli mai visti portare in superficie alcun reperto.
Il giudice ha aggiornato il processo a dicembre: dovranno essere visionati i video per capire l’eventuale comportamento da imputare ai due sub, che devono rispondere anche del possesso di oggetti risalenti alla Prima guerra mondiale (si tratta di una gavetta, di una borraccia, 11 cartucce in ottone e 3 bossoli in ottone - il tutto non denunciato). E anche per capire se vi sia fondata l’ipotesi di incompetenza territoriale fatta balenare dai difensori.
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