Il Tirreno

Grosseto

Sindaco e parroco, vigilia tra cuore e imparzialità

di Fiora Bonelli
Sindaco e parroco, vigilia tra cuore e imparzialità

Franci è un poggiaiolo da sempre: «Però mi sento davvero super partes» Don Gianni: «Sono del Nicchio ma qui per me le contrade sono tutte uguali»

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CASTEL DEL PIANO. Tempo di palio, a Castel del Piano, tempo di festa, di aspre competizioni, di sfottò e di tattiche. Per le quattro contrade del paese la situazione è limpida. Il gioco è a carte scoperte, per lo meno dal punto di vista della propria identità.

Ma di che contrada sono, visti i ruoli non parziali, il sindaco e il parroco, la prima carica istituzionale del comune e il padre spirituale di tutti la comunità? Contradaioli sfegatati, o personaggi neutrali e super partes? Il Tirreno è andato a scalzarli un po e le risposte ci sono parse sincere.

Il sindaco Claudio Franci è nato e vissuto nella contrada del Poggio. Abita, infatti, con la famiglia nel cocuzzolo dell’antico borgo medievale, le figlie hanno da sempre frequentato la contrada giallo verde e lui non fa mistero di sentirsi “poggiaiolo” : «Io sono del Poggio - dice chiaro e tondo Franci - ci sono nato, cresciuto, svezzato lì. Ci ho messo su famiglia e sento di appartenere a questo pezzo di Castel del Piano. Amo il centro storico, la sua conformazione, i suoi vicoli, i balzuoli, la gente. I miei ricordi di bambino sono scritti in quei muri. La contrada è quella del mio cuore. Eppure devo confessare che nella mia veste di sindaco mi sento di essere più super partes».

«Mi interessa in modo speciale - tiene a precisare il sindaco - che la festa vada bene, che le contrade mostrino di essere fra di loro avversarie e non nemiche, spero, tutte le volte, che dopo il momento in cui il palio viene consegnato dal palco della mossa nelle mani della contrada che ha vinto, la comunità si ricomponga, trovi la coesione necessaria per rientrare nella vita di tutti i giorni. Essere contradaiolo, infatti, significa essere competitivi, appartenere a una contrada, ma prima di tutto significa sentirsi parte di tutta quanta la comunità. Quando avrò finito il mio mandato di sindaco, tornerò ad essere poggiaiolo senza se e senza ma».

Il parroco don Gianni Lanini con questo del 2016 ha visto tre pali a Castel del Piano. La sua casa parrocchiale si affaccia proprio su piazza Garibaldi, spazio cult della contrada delle Storte. Invece don Gianni non indossa i colori bianco nero: «Sono del Nicchio - dice ridendo - quello sì, lo posso dire con certezza. Ma a Castel del Piano le contrade sono tutte uguali per me». Don Gianni l’ha raccontato anche nell’omelia della messa del 5 settembre che ogni giorno c'è qualcuno, di contrade diverse, che lo rimprovera perché indossa ora l’uno ora l'altro colore: «Don Gianni, hai sbagliato colore, mi dicono, lo vedi che hai addosso la listatura di quella contrada? Ogni giorno è così - ridacchia il parroco- e io gli rispondo che di magliette non ne ho tante e sono quelle lì, con quei colori lì. Alla fine nemmeno il nero va bene, perché evoca subito la contrada delle Storte». Ma se non appartiene a nessuna contrada, don Gianni sa bene, però, quale significato è da dare alla festa: «Il palio deve avere due facce: quella di un sano antagonismo e quella che spinge a fare qualcosa tutti insieme per la comunità. Infatti anche il palio, naturalmente eprfettibile, può e deve diventare lo spunto per far crescere».

Don Gianni è sicuro che «di festa ci sia bisogno. Soprattutto in tempi così critici per tutti, con una crisi serpeggiante, con la consapevolezza costante delle nostre fragilità». «Questa è la scommessa delle contrade - chiude - far capire che una è la contrada che vince, e che le altre tre non vincono. Devono far capire che nessuna perde. Un po’ la visione del palio alla maniera senese, dove una contrada vince, ma poi anche tutte le altre vanno ad accompagnare il palio in cattedrale».

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