Il Tirreno

Grosseto

Arcidosso riscopre quel tempo che fu

di CLAUDIO BOTTINELLI
Arcidosso riscopre quel tempo che fu

Una galleria di vecchie foto racconta storia e tradizioni

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di CLAUDIO BOTTINELLI

Un altro mondo, anche se è solamente ieri. A guardare le vecchie foto che ci riportano al Novecento, specie nei suoi primi Anni Cinquanta, si stenta a crederci: è una galleria di abiti, paesaggi, ricordi di vacanze, ma anche volti talmente lontani da quelli di oggi, che sembra impossibile che riportino ad anni nei quali molti ancora fra quanti vivono la nostra epoca sono vissuti. Arcidosso, come tanti altri paesi della nostra terra, ha voluto ricordare quegli anni antichi, seppur recenti, con una mostra di fotografie e un libro che parte dall’inaugurazione del Monumento (1926) costruito dalla Ditta di Paolino Bottinelli e Baggiani, mostra e libro che ha tenuto banco quest’estate.

Così, dal passato, riemergono momenti che hanno segnato la storia, le abitudini, i momenti di gioia e quelli di dolore, i volti di ragazzini ben allineati, in posa con la maestra e tutta la classe, gli autobus sgangherati che scarrocciavano per le strade sterrate collegando i paesi o il capoluogo alle genti della montagna: per venire da Grosseto ad Arcidosso ci volevano, con l’autobus, quattro ore e più, e quando la salita era ripida i passeggeri dovevano scendere e spingere l’autobus fino a che non era arrivato in cima; le parate, gli sposalizi, i carri allegorici che nelle feste d’estate sfilavano per il corso prima che, a sera, venisse estratta la tombola («Numero, numero, numero…» urlava Girella dal palco, fino a che non arrivavano il terno, la quaterna o la cinquina, prima del gran premio finale).

Le genti del paese e quelle delle campagne rivivono nelle foto piene di nostalgia, nel ricordo della cascata che oggi non c’è più, ma che allora era una delle mete preferite per le scampagnate estive, assieme al Sasso della Vettoraia o ai Prato della Contessa e delle Macinaie che si raggiungevano a piedi, passando per castagneti e faggete. “Allora” vuol dire fino al primo dopoguerra, agli inizi degli Anni Cinquanta, quanto al Tennis si ballava (furoreggiavano canzoni come Besame mucio) e gli uomini si ritrovavano con un bicchiere di vino in mano, un vino nero che macchiava il vetro, e ne correvano a fiaschi.

Personaggi, feste, baldorie, veglioni. Ma anche lavoro duro, e tanta miseria che però veniva sopportata con una dignità che oggi si è dimenticata.

Era davvero un altro mondo. A scuola le classi contavano, di solito, ben più di quaranta bambini, e la divisione fra maschi e femmine era rigida. Ragazzini che, usciti di scuola, passavano il tempo (i maschi) a far la sassaiola nel piazzone o al Pero, divisi in bande (Codarcio, Castello, il Pero…) mentre gli adulti passavano lungo la strada senza farci caso.

C’erano mestieri e lavori ormai entrati nella storia, come quello dei carrai, e la “capatura” (scelta) delle castagne veniva fatta a mano, mentre la trebbiatura era una festa e i contadini si davano una mano, giorno dopo giorno, seguendo la macchina sbuffante azionata con una lunga cinghia che passava da podere e podere, spezzandosi la schiena per la fatica.

Qualche automobile c’era, prima degli anni Cinquanta, e richiamava l’attenzione. . Era un simbolo più che un mezzo di trasporto. Il Teatro degli Unanimi spopolava, per le rappresentazioni e per i veglioni: chi ci andava vestiva la cravatta e perfino il fiocchino, e le ragazze l’abito delle feste, con la Corale ricca di voci e la Banda “Per rallegrar le genti” che in anni successivi il maestro Galella ha fatto apprezzare anche fuori dal paese.

Ricordi, nostalgie. Che è bello però rivivere. Ricordando un passato che sembra lontanissimo ma del quale qualcuno, che ancora oggi è vivo e vegeto, ha fatto parte e lo ricorda bene e si chiede, con nostalgia, se era meglio allora oppure oggi.

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