Gioco
Al centro antiviolenza fondi (quasi) azzerati, ma le attività continuano
Grosseto, è uno strumento fondamentale per le donne vittime di abusi eppure lo Stato gli assegna pochi spiccioli
GROSSETO. Non è un’emergenza, ma una condizione costante. E più le donne alzano la testa per affermare i propri diritti e la propria individualità, più si ingrossa il tunnel della violenza da parte di uomini che le vogliono controllare. Eppure i finanziamenti pubblici a strutture salvavita o “salvaesistenza” come al centro antiviolenza di Grosseto sono quasi zero.
«Quando abbiamo iniziato il finanziamento arrivava dalla Provincia di Grosseto ed erano 24.000 euro all’anno», spiega Sabrina Gaglianone, presidente del centro che opera in seno all’ufficio pari opportunità dell’ex ente pubblico. Dal 2008 in poi i finanziamenti si sono progressivamente assottigliati. Oggi il finanziamento della Provincia non esiste più e l’unica fonte pubblica sono poco più di 5.000 euro previsti dalla legge 119 del 2013 sul femminicidio. Soldi che non bastano nemmeno a pagare il telefono. «Sono sincera – dice la vicepresidente Rita Teodori – siamo stanche di sentirci dire quanto siamo brave, di essere le donne che si sacrificano per la patria e di non vedere riconosciuto il valore delle nostre azioni. Purtroppo va a finire che le donne danno al solito tutte se stesse come se fosse dovuto. Inaccettabile».
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.13963065:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2016/08/14/news/vittime-di-violenza-140-casi-in-un-anno-un-centro-le-aiuta-1.13963065]]
Tutte le 50 operatrici del centro sono volontarie che danno anima e corpo. Ma è giusto che un’assistenza così cruciale per le cittadine debba essere affidata al volontariato? È giusto dover operare senza la sicurezza di un finanziamento fisso e puntuale? Potrebbe mai essere immaginabile trovare al pronto soccorso o alla stazione o sui camion dei vigili del fuoco personale non pagato? Perché, al contrario, al centro antiviolenza è così?
«Al momento – spiegano Gaglianone e Teodori – operiamo con rimasugli del finanziamento dell’anno precedente e con una tranche del finanziamento della legge 119, che prevede una complicatissima rendicontazione. Per il 2016 stiamo ancora aspettando di vedere un centesimo».
Un’altra fonte di finanziamento arriva dai Comuni con i quali nel 2013 il centro ha stipulato una convenzione. Con parte di questi fondi viene finanziata la messa in sicurezza delle donne nell e prime 72 ore.
«Il presidente della Regione Enrico Rossi, va detto, non solo ha speso parole importanti contro gli uomini che usano violenza sulle donne – spiega la presidente Gaglianone – ma ha anche promesso 400.000 euro ai centri antiviolenza». E finalmente ha parlato di “centri antiviolenza”, distinguendoli dalle associazioni che negli ultimi anni stanno spuntando come funghi (dall’entrata in vigore della 119 ad esempio, in Sicilia in centri antiviolenza sono passati da due a diverse decine). «Il sospetto è che tra tanti, alcuni puntino solo ai finanziamenti, anche se la torta da spartirsi è minima», dice Gaglianone. Il centro antiviolenza di Grosseto, forte della sua esperienza quasi ventennale, collabora con la rete regionale Tosca (13 centri in Toscana) e ha contatti con altri centri istituzionali, con la Caritas, con il Codice Rosa e con le reti territoriali e fa anche parte della rete Dire (Donne in rete contro la violenza).
Infine ci sono le donazioni private, che arrivano al centro attraverso l’associazione Olympia de Gouges (cf 92037730535, Iban IT81 N086 3614 3040 0000 0200 174, Banca della Maremma Credito cooperativo).
«Con questi fondi abbiamo finanziato, ultimamente, le brochure informative, la rete di formazione per medici, forze dell’ordine, assistenti sociali insieme al Codice rosa – spiega la presidente – ma anche attività direttamente rivolte alle donne maltrattate, come percorsi per incrementare la fiducia in sé e l’importante esperienza di reinserimento lavorativo attraverso tirocini in tutta la provincia». Da tre anni, infatti, il centro ha siglato con la Provincia un accordo con un’importante catena di grande distribuzione per l’inserimento delle donne maltrattate. Solo l’anno scorso almeno sette donne hanno potuto utilizzate i tirocini per tornare al lavoro, dopo che – fuggite dai loro maltrattatori – avevano dovuto abbandonare tutto.
«Trovare o ritrovare l’autosufficienza economica per queste donne significa restituire loro le loro capacità», spiega Teodori. «Non appena riavremo i fondi ripercorreremo queste strade», conclude Gaglianone.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
