Proteste
«Sparo mortale: agente maldestro»
I motivi della condanna del poliziotto che al posto di blocco uccise un albanese con un colpo di pistola
GROSSETO. Quello che può essere contestato all’assistente capo Raffaele Bracale è «un uso maldestro dell’arma di ordinanza». La condotta colposa dell’agente dalla cui pistola era partito il colpo che aveva ucciso Arito Canaj, alias Halo Panajot, «consiste nell’essersi posto imprudentemente nelle circostanze materiali, con riguardo alla posizione e alla distanza dei ricercati che, viste al contempo le modalità in cui si trovava l’arma da lui impugnata, consentivano che il colpo partisse e andasse per la vicinanza dei soggetti a colpire mortalmente».
Così scrive il giudice Valeria Montesarchio nelle motivazioni della condanna a 10 mesi per l’omicidio colposo avvenuto la sera del 20 giugno 2012 all’uscita verso Grosseto della galleria di Casale di Pari, dove la polizia aveva istituito un posto di blocco per intercettare la Volkswagen Golf condotta da Panajot accanto al quale viaggiava il cugino Maskim Deromenaj, all’epoca 21 anni: gli investigatori aspettavano un carico di droga (ne furono sequestrati 10 chili) e, da intercettazioni, sapevano che gli interessati avevano cercato delle armi. L’auto non aveva spento il motore, pur accostandosi, e quando un altro agente si era introdotto nell’abitacolo per togliere le chiavi, l’auto era ripartita bruscamente sterzando verso sinistra, cioè verso Bracale, rimasto colpito a un ginocchio. Nove i colpi sparati, Bracale si accorse che gli mancava un colpo solo quando stava portando Canaj in ospedale. Il giudice individua «la piena prevedibilità del tentativo di fuga degli imputati» e, pur escludendo categoricamente ogni tipo di volontarietà, non può concludere per un’esclusione di responsabilità dell’agente. Uso legittimo ma eccesso colposo. «Si comprende come l’uso delle armi da parte degli agenti sia stato il legittimo e unico mezzo di coazione disponibile. Tuttavia si ritiene che Bracale abbia colposamente superato il limiti della scriminante, in modo che in ordine al decesso di Canaj residui una sua responsabilità a titolo colposo». Si sarebbe posto imprudente in quella situazione.
«L’accidentalità dello sparo, ossia il fatto che dall’arma potesse partire un colpo sia pure a seguito di movimento brusco e non controllato, che poteva portare a colpire sé o altri, era circostanza prevedibile nelle condizioni di fatto in cui si trovava l’imputato», scrive il giudice riferendosi alla reazione e alla sindrome attacco-fuga e di stress acuto individuati dal consulente di parte Talamonti. Considerazioni pregevoli scientificamente, secondo il giudice, ma la vicenda va considerata a monte. Il tutto va inquadrato nella probabile fuga dei ricercati, nella direzione dell’auto, nella distanza brevissima dall’auto, nella posizione del corpo, nelle modalità consapevoli del porto dell’arma («pronta al fuoco, come detto dallo stesso imputato»). La prevedibilità della fuga o un tentativo di fuga era secondo il giudice presente «in tutti gli agenti coinvolti nell’operazione».
A queste conclusioni il giudice è giunto dopo aver esaminato la documentazione presentata nel corso del giudizio con rito abbreviato, attraverso la quale è stata ricostruita la tragica vicenda: interrogatori, referti, autopsia, incidente probatorio con le perizie balistiche, consulenza psicologica e testimonianze degli esperti d’arma della polizia. Inizialmente gli indagati erano quattro, poi gli accertamenti avevano attribuito alla pistola di Bracale lo sparo mortale.
Il difensore Marco Festelli, che aveva sollecitato l’assoluzione anche perché il fatto non costituisce reato (il pm Salvatore Ferraro aveva chiesto 10 mesi), propone appello.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
