Finanza
Mabro: asta del capannone deserta
L’assemblea dei soci ha rimesso la decisione nelle mani del giudice. Il fondo resta invenduto per la terza volta
GROSSETO. Per la terza volta, sulla scrivania del notaio Luciano Giorgetti, non è arrivata alcuna busta. L’asta per la vendita del capannone della Mabro, quello stabilimento che si affaccia su via Senese sul quale campeggia il marchio che ha fatto parte della storia dell’alta moda maschile, è andata deserta. Per la terza volta.
La scadenza era fissata per ieri, il giorno dopo l’incontro con gli operai della Mabro che si è tenuta martedì al ministero dello Sviluppo economico. E ora il commissario giudiziale del concordato di Royal Tuscany Enrico Domenichelli, dopo aver convocato l’assemblea dei soci ha deciso di rimettere la decisione nelle mani del tribunale di Grosseto che dovrà decidere se, anche senza la vendita dell’immobile, i numeri del concordato siano ancora convincenti per andare avanti.
Anche se il capannone non è stato venduto, sarebbe stato impossibile per il commissario concedere l’uso di quella struttura alla società che rileverà la Mabro.
Le vicende delle due società sono da sempre effettivamente legate e dipendenti l’una dall’altra. Royal Tuscany è proprietaria dell’immobile di Mabro, Abbigliamento Grosseto ha i dipendenti e i macchinari che si trovano in quegli immobili. Il concordato preventivo di Royal Tuscany dipende dalla vendita del capannone e del terreno edificabile che si trova lì vicino - base d’asta, rispettivamente, 4,1 milioni di euro e 800.000 euro - e già nell’era Barontini Abbigliamento Grosseto avrebbe dovuto acquistare il capannone che aveva in affitto, invece ha maturato debiti, nei confronti di Royal Tuscany, per oltre 1,6 milioni. Per Royal Tuscany e il suo concordato sarebbe stato quindi essenziale che qualcuno avesse acquistato il capannone. La società che è invece stata ammessa alla Prodi bis, Abbigliamento Grosseto, ha come dote solo le maestranze e i macchinari, vecchi e da sostituire, oltre al marchio Mabro. Qualcuno degli imprenditori che si sono fatti avanti per rilevare la società che fu di Andrea Barontini aveva chiesto la possibilità di affittare proprio quel capannone. Ma la proposta concreta, quella vincolante, quella che avrebbe fatto dire sì al commissario giudiziale di Royal Tuscany non è mai arrivata. Poche parole, qualche contatto ma solo a voce e niente di scritto: nessuno si sarebbe potuto assumere la responsabilità di dare quel capannone in affitto senza una promessa vincolante d’acquisto. E così è stato: senza una proposta credibile da una parte e senza nemmeno una busta da aprire sul tavolo del notaio Giorgetti, ad occuparsi del futuro di quel capannone sarà il giudice del tribunale di Grosseto. L’unico a questo punto in grado di decidere il futuro dell’immobile e quello della società che ne è proprietaria.
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