Il Tirreno

Grosseto

Droga nei calzini, condannato a 17 anni

Droga nei calzini, condannato a 17 anni

Pena pesante per un nigeriano arrestato a gennaio dalla squadra mobile. Assolta la moglie

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GROSSETO. Se non fosse stato scelto il rito abbreviato, la pena sarebbe stata di 17 anni, 9 mesi, 10 giorni e 58mila euro di multa. Lo “sconto” di un terzo ha mitigato il conto a 11 anni, 10 mesi, 6 giorni e 38.000 euro. Comunque una condanna pesante quella per Victor Osemwengie, 36 anni, nigeriano di origine e domiciliato a Grosseto, arrestato nel gennaio scorso dalla squadra mobile per spaccio di eroina e per detenzione a fini di spaccio di 159 grammi della stessa sostanza e di 5 di cocaina. Fu l’episodio del blitz in via dei Mille, con la droga nascosta nei calzini in cucina.

Una condanna sulla quale hanno pesato la recidiva, la mancanza di collaborazione con gli investigatori (e anzi ci fu un tentativo di depistaggio attuato subito dopo l’arresto a proposito di certe chiavi trovate in suo possesso), il non riuscito effetto deterrente di precedenti condanne già scontate, la sicura sua disponibilità della sostanza stupefacente.

Così la pensa il giudice dell’udienza preliminare Marco Bilisari che ha inasprito le richieste del pm Giuseppe Coniglio (6 anni e 18.000 euro). Il difensore Sara Baldini aveva invece sollecitato il giudice a considerare la lieve entità del fatto: un argomento che invece Bilisari ha respinto, in considerazione della qualità e quantità della droga (sintomo di un’offerta a più consumatori). E così è arrivata la pesante condanna, accopagnata dall’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, dalla confisca e distruzione della droga e dall’espulsione dall’Italia a pena espiata.

Il giudice ha invece assolto per non aver commesso il fatto la moglie di Osemwengie, Mariam Angela Eronmwon, 38 anni, abitante a Napoli, assistita dall’avvocato Luca Fabbrucci. Stessa imputazione (non quella dello spaccio) e richiesta di condanna da parte del pm a 4 anni e 12.000 euro. La polizia aveva concluso che, poiché la droga era nascosta in cucina, luogo della casa generalmente accudito dalla figura femminile della famiglia, era verosimile che la donna fosse a conoscenza dell’attività illecita del marito. Ma questo elemento, sostiene il giudice, non è sufficiente per stabilire la responsabilità della donna. La Cassazione dichiara non punibile la semplice consapevolezza della condotta criminosa altrui. E una sentenza del 1991 citata dal difensore, perfettamente sovrapponibile, sottolinea che non il concorso nella detenzione a carico della donna convivente non può essere ricavato dal fatto che la droga sia conservata nel frigo e nel bagno di casa: «Non è consentita una ripartizione di zone di pertinenza maschile o femminile della casa per inferirne una conseguente responsabilità penale», osserva la Suprema Corte.

Pierluigi Sposato

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