La manifestazione
«Fuori per pressioni dai compagni»
Lo sfogo dell’ex presidente del consiglio Paolo Lecci contro il Pd e il Psi
GROSSETO. Paolo Lecci, negli ultimi cinque anni, è stato il presidente del consiglio comunale di Grosseto. «Un ruolo – racconta – che ho cercato di interpretare da arbitro, portando rispetto alla minoranza, ascoltando sempre le istanze dei consiglieri, ma soprattutto cercando di non perdere mai di vista il bene delle istituzioni».
Una funzione, lo ammette lo stesso Lecci, svolta con crescente fatica, «a causa dello sfaldamento e della capillarizzazione della maggioranza, con continue ripicche tra consiglieri, assessori, capigruppo. Emilio Bonifazi ha fatto un miracolo ad arrivare in fondo».
Lecci conosce bene il Comune di Grosseto, la macchina amministrativa. È entrato in consiglio nel 1993 (in minoranza, con la lista Rinnovamento di Fausto Giunta) accumulando 18 anni di esperienza nei banchi di maggioranza e opposizione. «Se raccontassi tutto ciò che ho visto e che so, ci vorrebbero due pagine del Tirreno e ci sarebbero strascichi pesanti, ma qualche sassolino voglio togliermelo».
Lei è fuori dal consiglio per quattro, cinque preferenze. Cosa è successo?
«Diverse preferenze non mi sono state assegnate perché il nome era scritto accanto al simbolo del Psi, cioè quella che è stata da sempre la mia casa. Invece io ero ospite della lista Passione. E ringrazio per questo Gianni Lamioni, Fausto Giunta e chi all’ultimo minuto mi ha dato questa occasione, visto che dopo avermi coinvolto qualcuno ha pensato bene di farmi fuori anche dalla lista Mascagni».
Chi?
«Non lo so. Lo posso solo immaginare. Credo che le pressioni su Mascagni e su chi preparava la lista col nome del candidato sindaco siano arrivate da qualcuno a cui non si poteva dire no, qualche notabile del Pd e i soliti allievi della scuola di Gesù Cristo, i compagni miopi con la verità in tasca».
Imbarazzi nello stare nella lista associata a Verdini?
«Macché... Ma quale Verdini? Figuriamoci. Io se voglio alzo il telefono e chiamo Barani, che è un amico e il capogruppo in parlamento di Ala. Su Verdini c’hanno speculato tutti. E poi è al governo con Renzi».
Perché questa diaspora tra lei e i socialisti?
«Il problema risale a cinque anni fa, quando tutti insieme prendemmo il 7,4 per cento con Toscano segretario. In quella circostanza facemmo un accordo, che poi non fu rispettato. Non voglio entrare nei dettagli. Cercarono subito di fregarmi ma non gli riuscì, perché anch’io mi alzo prestino la mattina...».
Alla fine ha fatto 5 anni da presidente del consiglio.
«Mi volevano liquidare con la vicepresidenza delle Farmacie, ma non accettai. E presi al volo questa opportunità della presidenza del consiglio».
I suoi rapporti con l’ex sindaco Bonifazi?
«Ottimi, così come con Paolo Borghi e con quasi tutti gli assessori della vecchia giunta. Da Bonifazi ho sempre avvertito fiducia. Mi ha dato perfino la delega all’Anci e al consiglio delle autonomie locali. Buoni rapporti anche con molti ex consiglieri di minoranza. Come Ulmi che è un amico. Anzi, lo voglio dire: se siamo riusciti a fare diversi consigli comunali negli ultimi tre, quattro anni è perché Lolini, Pacella, Ulmi, Agresti sono rimasti in aula per non far mancare il numero legale. E da presidente del consiglio sono stato loro grato».
Torniamo al Psi. Lei fuori, loro fuori. Non era meglio restare insieme?
«Penso di sì, ma nel Psi mi hanno sempre temuto. Mi vedevano come un pericolo. Non mi hanno mai chiamato a una riunione negli ultimi tre anni. Due episodi per dare l’idea del clima nel partito: il cambio della serratura alla porta della sede di via Emilia e la lettera agli iscritti di qualche mese fa avente come oggetto “Paolo Lecci”. Mi sembra roba significativa, o no? Comunque io sono fuori per quattro preferenze e potrei anche fare ricorso, il Psi ha subito un’autentica catarsi politica».
In conclusione come giudica il voto del 19 giugno?
«È stato un voto di protesta, col quale i grossetani hanno deciso di segare l’establishment del Pd e dei partiti alleati, insomma i governanti della città, giudicati inadeguati. Non mi riferisco solo al Comune, ma anche alle partecipate. Mascagni ha fatto il massimo. Borghi poteva fare meglio».
Un rammarico?
«Due. Il primo non aver realizzato il museo del buttero ad Alberese. Avevo preso un impegno e mi sono vergognato di andare nella frazione da candidato a chiedere voti. Ho preferito girare largo anche se non è stata colpa mia. E poi vorrei che il centrodestra intitolasse una via di Grosseto a Mario Ferri, visto che noi compagni non ci siamo riusciti».
Gabriele Baldanzi
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