Il Tirreno

Grosseto

Le lupe scompaiono dal Parco faunistico senza lasciare eredi

di Fiora Bonelli
Le lupe scompaiono dal Parco faunistico senza lasciare eredi

Esemplari femmine sono morte di vecchiaia senza partner Il responsabile: «Non c’entrano nulla con gli ibridi»

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ARCIDOSSO. L’Amiata non balla coi lupi. Al Parco faunistico del monte Amiata i lupi non ci sono più. Qualcuno dice che se ne sono scappati. Ma fonti ufficiali assicurano che sono morti di vecchiaia dentro il loro recinto nel parco. «Insomma, dopo quindici anni o giù di lì – spiega Lorenzo Fazzi, responsabile dell’organizzazione del Parco e presidente di Genomamiata – anche loro sono arrivati al capolinea, morti di vecchiaia».

Fatto sta che nel recinto che li aveva ospitati fin dai primi anni Duemila, i lupi non ci sono più da circa un anno. «Fra l’altro – spiega Fazzi – erano tutte femmine che aspettavano il maschio, che però non è mai arrivato». Quindi, niente cuccioli e niente nuovi esemplari.

Adesso, il recinto dei lupi, il cosiddetto “fortino”, è vuoto. Un recinto sulla tenuta del quale sono in tanti ad aver avanzato qualche dubbio, dopo la prolificazione di ibridi in tutta l’Amiata e la Maremma. Insomma, il sospetto è qualche esemplare possa essere uscito e possa essersi accoppiato con cani o ibridi.

Ovviamente l’ipotesi resta tale: non esiste alcuna prova che le cose siano andate così. Non c’è insomma alcun indizio tangibile che la presenza di ibridi che stanno devastando gli allevamenti di pecore del Grossetano sia da imputare ai lupi che abitavano al parco faunistico del Monte Amiata.

Resta però la coincidenza che il proliferare di ibridi sia avvenuto nello stesso momento, o quasi, della reintroduzione del lupo al parco. Ma per Fazzi è, appunto, una coincidenza.

«Il recinto per i lupi era ed è invalicabile – spiega – e fu costruito, fra l’altro, su una gettata di cemento. La rete è altissima e ben piantata a terra. Dunque da lì dentro non potevano certo uscire. Se poi si dice che il recinto esterno degli animali è pieno di buchi e in condizioni pessime, è vero. Deve essere restaurato. Ma quello, coi lupi, non ha nulla a che vedere».

Nel parco, che si estende su una superficie attorno ai 200 ettari, situato a sua volta all’interno della Riserva naturale Monte Labbro, a sud ovest dell’Amiata, già fin dal 1989, nell’ambito del Progetto San Francesco voluto dal Wwf e dal Parco nazionale d’Abruzzo, furono trasferiti alcuni esemplari di lupo appenninico. Poi nuovi progetti portarono al Parco altri esemplari.

Oggi il recinto è vuoto. Resta il percorso e la torretta per avvistare, adesso, gli altri animali che abitano il territorio. Da lì si vede un panorama mozzafiato, dall’Amiata a Monte Labro e da qui la vista arriva al mare. Ma, soprattutto, si vedono molti animali: specie domestiche che, come il cavallo e l’asino amiatino, hanno svolto un ruolo importante per la sopravvivenza dell’uomo della montagna, aiutandolo nelle sue attività. Ma anche specie selvatiche: cinghiali, istrici, lontre, mufloni, caprioli e daini, camosci, volpi, tassi, lepri, avvoltoi e diverse specie di avifauna, come il capovaccaio e la starna. Lo scopo che ispirò l’istituzione del parco, nato da un progetto del comune di Arcidosso di cui fu anima Niso Cini che è stato a lungo direttore del complesso, fu quello di sostenere le attività per preservare quelle specie animali e vegetali che rischiano la scomparsa e che rappresentano una ricchezza per la biodiversità del territorio che non è avaro di orchidee selvatiche, fiori di campo, ciliegi selvatici, biancospino, erica. Un ambiente eccezionale e originale in cui gli animali che possono, in certi casi, rappresentare vere riserve genetiche si muovono in uno stato di semilibertà.

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