Il Tirreno

Grosseto

Crolla il prezzo del grano Centinaia di posti a rischio

di Giovanna Mezzana
Crolla il prezzo del grano Centinaia di posti a rischio

Valori in picchiata, in sei mesi gli agricoltori hanno perso dieci euro ogni quintale Tocchi: «Rischiamo l’abbandono delle campagne». Appello al deputato Luca Sani

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GROSSETO. Il prezzo del grano è in caduta libera e la Maremma finisce in debito di ossigeno. Da Monterotondo Marittimo a Capalbio, nei primi sei mesi del 2016 gli agricoltori hanno perso per strada circa dieci euro di remunerazione per ogni quintale di grano: da una trentina di euro, prezzo pagato dai Signori della pasta per accaparrarsi 100 chili di materia prima nel 2015, si è scesi (all’incirca) a quota venti euro per il medesimo quantitativo. È un calo da capogiro che rischia di mandare ko l’intero settore cerealicolo della Maremma Grossetana: composto da migliaia di aziende che producono ogni anno un milione e mezzo di quintali di grano – cioè oltre il 40% della produzione toscana che è pari a tre milioni e mezzo di quintali – il comparto autoctono assicura un giro d’affari da 50 milioni di euro annui. Oltre al danno per gli agricoltori maremmani c’è anche la beffa: la produzione quest’anno è quantitativamente rilevante e il 2016 poteva essere una di quelle annate in cui mettere – è il proprio il caso di dirlo – grano nel fienile per i tempi duri. E invece no.

Qui gli agricoltori. Facciamo un esempio: prendiamo un’azienda maremmana leader nel settore cerealicolo toscano. La Cooperativa produttori agricoli Raspollino di Grosseto – terreni a Barbaruta, 160 soci, 15 dipendenti, più di cinque milioni di euro di fatturato annuo – nel 2015 vendeva il suo grano duro alla Barilla a 29 euro al quintale. Oggi il medesimo quantitativo glielo cede a 20 euro. Il gruppo parmense è per altro l’unico acquirente che riconosce ai produttori di Barbaruta qualche premialità in più, tant’è che al resto del portafoglio clienti si vende a circa 19 euro al quintale. Il prezzo di mercato – fissato dalla Borsa Merci di Bologna – è di circa 21 euro, ma dalla cifra deve essere sottratto un paio di euro di costo del trasporto. «Insomma – calcola Giovanni Guglielmini, presidente della coop Raspollino – oggi l’agricoltore si mette in tasca 19 euro a quintale per un grano di buona qualità».

La beffa. Il 2016 poteva essere una buona annata: la produzione di grano si sta rivelando quantitativamente elevata. «La nostra cooperativa quest’anno ricaverà 57 quintali di prodotto a ettaro – dettaglia Guglielmini – È una media ottima, ma in tasca ci mettiamo 400 euro a ettaro, cioè, a conti fatti, tanto quanto nel 2015, anno in cui la produzione era stata di 35 quintali a ettaro». Le aziende del comparto cerealicolo maremmano potranno contare su una produzione 2016 di 42-43 quintali a ettaro: più bassa rispetto a quella super della coop Raspollino ma più alta rispetto alla media annua che è di 33 quintali. La Madre Terra è stata generosa, ma inutilmente: «Con un prezzo di vendita di 19 euro a quintale – dice Guglielmini – un’azienda non riesce neppure a coprire le spese». Né a far fruttare gli investimenti: e una mietitrebbia che si rispetti costa 150.000 euro.

Posti a rischio. «Il prezzo di mercato fissato per il frumento – interviene Enzo Rossi, presidente di Fedagri-Confcooperative Toscana – è di poco superiore alla metà del prezzo che potrebbe essere ottimale per le aziende. La Toscana e il territorio grossetano rappresentano l’eccellenza nella produzione di grano, per quantità e per qualità, ma a queste condizioni non si può competere e si mettono a rischio centinaia di posti di lavoro».

La soluzione. «La produzione di cereali – osserva Attilio Tocchi, presidente di Confagricoltura Grosseto – in Maremma rappresenta una delle poche alternative. Continuare così significa correre il rischio di non veder crescere più un filo di grano in Maremma: gli agricoltori si stanno ponendo oggi l’interrogativo se seminare o meno per il prossimo anno. Eppure basterebbe intervenire sulla grande distribuzione organizzata perché sostenesse un prodotto tracciato toscano; anzi, forse basterebbe un grano tracciato italiano: così il problema sarebbe risolto, ma ai trasformatori (i signori della pasta, ndr) questo aspetto non interessa». Che fare? «Ci faremo sentite – aggiunge Tocchi – con l’assessore regionale Marco Remaschi e con Luca Sani», deputato grossetano in quota Pd che siede proprio nella commissione agricoltura della Camera, come del resto la deputata Monica Faenzi. Agricoltori, fatevi avanti.

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