Il dolore
La parabola degli acquisti al ribasso
Ora il Pd si ritrova con indumenti usurati. E l'unico capo buono lo ha scelto troppo tardi
IL COMMENTO
È un po’ come quando compri un capo di abbigliamento sottocosto, di qualità inferiore, e poi, dopo un paio di lavaggi, ti sorprendi se perde colore e si sciupa.
Il Pd grossetano sono anni ormai che sceglie e “acquista” al ribasso nel momento in cui si tratta di affidare ruoli delicati, importanti.
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Quasi mai seleziona per merito, per competenze, per il bene della comunità. Mai guardando l’orizzonte, quasi fossero più interessanti le punte dei piedi.
Oggi il Pd si ritrova con un guardaroba in cui prevalgono indumenti usurati, altri che valore non l’hanno mai avuto. E l’unico capo buono, che paradossalmente è proprio l’ultimo “acquisto”, si è scelto di indossarlo troppo tardi, abbinandolo a scarpe rotte e a un cappello di paglia. E finendo così per sprecarlo.
È una metafora impietosa quella che racconta la parabola del Partito democratico grossetano, in mano a un gruppo di under 50 già a fine corsa. Che il potere lo hanno scoperto e macinato in dieci anni di governo, tra agguati, tregue, ricatti e pressioni. Dirigenti a volte inadeguati, sicuramente sovrastimati.
Ma la colpa non è loro. O meglio: non solo loro. È difficile oggi individuare i colpevoli del disastro combinato a Grosseto e Orbetello, ma – viste le semine – estendibile anche ad altre realtà.
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Già detto – da molti – della congiuntura nazionale e dei limiti del secondo mandato Bonifazi, degli arroccamenti della giunta e dello scollamento con il consiglio comunale, restano da esaminare le beghe locali del partito, la guerra tra bande: Paolo Borghi da una parte, Leonardo Marras dall’altra, Luca Sani e Barbara Pinzuti in mezzo. Con colpe da ridistribuire equamente.
Tutti sedevano a tavoli rissosi quando sono stati raggiunti faticosi accordi su segreterie, presidenze, incarichi, spostamenti da e per. Sempre con un denominatore comune: la convenienza dei big, la salvaguardia del potere, l’ordine – chiaro – di non disturbare i manovratori, anzi ubbidirgli.
Nasce da queste dinamiche, sia fiorentine che grossetane, la decisione di Anna Rita Bramerini di farsi da parte, di disintossicarsi. Lei, che avrebbe potuto mascherare i tanti problemi del partito e vincere agevolmente.
D’altra parte il Pd funziona così: quelli in gamba spesso li azzoppano, altre volte li mettono nella condizione di non nuocere.
Oggi, rispetto al passato, grazie anche ai social, certe dinamiche vengono riconosciute e il partito è percepito esattamente come è.
In questo modo si è dilapidato il patrimonio delle Europee del 2014, quando i Dem, a Grosseto città – grazie all’effetto Renzi e a un rinsanguamento dal centrodestra – avevano oltre ventimila mila elettori e stavano, da soli, sopra al cinquanta per cento. Un risultato drogato, che ha illuso e accresciuto le brame e la prosopopea di chi comandava.
Qualcuno risponderà che la realtà locale non offriva valide alternative nella scelta dei vertici del partito, delle società, dei candidati, ma è una scusa. Solo a Grosseto accade che il Pd confermi a oltranza, in ruoli chiave, persone sonoramente battute in consultazioni testa a testa, oppure in tornate elettorali vere e proprie. Se un tempo questo stesso partito poteva permettersi di candidare a sindaco manici di scopa, di mandare a Roma e Firenze le secondo linee o personaggi premiati/riciclati, adesso è cambiata musica.
Nel 2015, alle Regionali, ha faticato assai un leader come Marras, restando al di sotto delle aspettative.
Il futuro resta una grande incognita. Al posto di Marco Simiani, come segretario provinciale, è molto probabile che arrivi il giovanissimo sindaco di Monterotondo Giacomo Termine (scelta che doveva essere compiuta già un anno fa). In città, invece, la partita sarà più incerta e complicata. Basta, però, con le mediazioni al ribasso.
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