La manifestazione
«Bertini è meritevole delle attenuanti»
Omicidio di Irina, ecco perché la Corte di assise di appello ha abbassato la pena da 30 a 19 anni
FIRENZE. Di tutti i motivi di appello presentati dal difensore, la seconda Corte di assise di appello ne ha accolto uno solo. Quello del riconoscimento dell’equivalenza tra attenuanti e aggravanti, perché occorre valutare positivamente «la confessione resa dall’imputato, che ha consentito di ricostruire in termini di maggior completezza l’intero svolgersi del fatto, nonché il parziale risarcimento del danno».
Ed è per questi motivi che i giudici di secondo grado hanno ridotto da 30 a 19 gradi (con lo “sconto” del rito abbreviato) la pena per Sergio Bertini, oggi 50 anni, condannato per lo strangolamento di Irina Meynster, che lo stava per lasciare, e per aver trasportato il corpo della donna ucraina in una zona impervia dell’Argentario (ottobre 2013). Nelle motivazioni adesso depositate, i giudici spiegano perché hanno respinto sei dei sette motivi di appello presentati dal difensore Tommaso Galletti (il sostituto procuratore generale Giampaolo Melchionna aveva chiesto la conferma della condanna del gup): perché non vi sono elementi per giustificare uno stato di incapacità di intendere e di volere; perché gli «stati emotivi e passionali» di cui il tecnico informatico soffriva non hanno rilievo giuridico; perché nella stessa relazione del consulente della difesa non c’è relazione tra il disturbo border line e l’omicidio; perché Sergio non aveva mai dato segni di squilibrio mentale; perché sul lavoro non c’erano mai state difficoltà e perché nelle relazioni personali erano emerse solo difficoltà caratteriali. Non serve acquisire il diario clinico completo della permanenza in carcere, scrivono i giudici fiorentini, e dunque non va rinnovato il dibattimento. L’individuazione del «disturbo narcisistico» di cui parla il medico del carcere non è sufficiente per parlare di un’incapacità di intendere e volere.
E anzi, secondo i giudici di appello Bertini dopo l’omicidio era «persona lucida, in grado di predisporre un piano finalizzato a far scomparire le tracce del delitto, così da poter scansare ogni responsabilità». Una persona cosciente e risoluta.
Anche se non è stato possibile stabilire la durata e l’intensità dello strangolamento, la Corte nega l’esistenza dell’omicidio preterintenzionale prospettata dalla difesa. E sottolinea invece la premeditazione, basata su un «logoramento radicato da tempo», innescata dal momento in cui l’incontro della coppia con la psicoterapeuta aveva segnato in Bertini la consapevolezza che la relazione era finita, un «punto di non ritorno» dal quale era partita l’idea dell’omicidio. Perché Bertini non avrebbe accettato l’idea che Irina fosse di un altro, né quella di restare da solo. L’aver spogliato Irina, per rendere difficoltosa l’identificazione (e non per mania di pulizia), e l’aver inscenato il falso viaggio di lei a Roma sono il segno che Sergio aveva premeditato tutto.(p.s.)
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