Sicurezza
Malata di Alzheimer, l’operazione salta
La rabbia della figlia: «Per mesi ci hanno detto che non c’erano rischi». L’Asl: «Problema di comunicazione, verificheremo»
GROSSETO. L’anziana, malata di Alzheimer, era già sdraiata sul lettino, in sala operatoria, in attesa dell’anestesia per un intervento di ernia inguinale quando la figlia, che era fuori ad aspettare, è stata chiamata dal chirurgo. «Mi ha detto: “Signora, è sicura che vuole fare questo intervento?”. Secondo lui non valeva la pena farle correre il rischio e mi ha detto che avrebbe operato solo se mi fossi assunta io la responsabilità. Nei quattro mesi precedenti nessuno dei suoi colleghi, un altro chirurgo e un’altra anestesista, mi avevano detto che l’operazione comportava particolari rischi, tanto che nel consenso informato che mi hanno rilasciato non è segnalata alcuna classe di rischio. Ho rivestito mia mamma e me la sono riportata a casa, ma questa è una cosa inaccettabile».
Roberta Germani, architetto, ha nel petto un vortice di sentimenti. Rabbia, preoccupazione, indignazione. La madre, 79 anni, a marzo ha iniziato il percorso di preospedalizzazione. Analisi, elettrocardiogramma, visite, un chirurgo che ritiene la paziente idonea all’intervento, un’anestesista che conferma il parere per un’operazione in anestesia locale, un farmaco anticoaugulante sospeso 48 ore prima dell’intervento, come prescrive il cardiologo, fino all’ingresso in sala operatoria il 10 giugno. Ma qualcosa va storto.
«A parte il fatto che dalle 7 alle 9.30 mia madre è rimasta seduta in sala d’attesa – dice la signora Germani – alle 11.30 l’ho accompagnata in sala operatoria. Dopo cinque minuti ho ricevuto una telefonata da parte di un medico che ha chiesto di incontrarmi. E lì, all’ingresso della sala operatoria, con mia madre sul lettino spogliata e pronta per l’intervento, è iniziata una discussione surreale tra me, il chirurgo e l’anestesista circa la necessità o meno dell’intervento, i rischi e i codici di pericolosità».
Il medico le chiede di firmare una liberatoria dove la donna dichiari l’assunzione diretta ed esclusiva dei rischi dell’intervento. Rischi che, dice la signora Germani, nessuno degli specialisti che da marzo a maggio hanno visitato la madre, le avrebbero paventato. «I medici che abbiamo incontrato da marzo a maggio non ci hanno mai parlato di pericolosità dell’intervento – dice la signora –. Figuriamoci se farei correre dei rischi a mia madre».
Ma c’è di più. «Prima di andare via sono andata a rivedere tutte le carte – dice ancora la signora – e ho ritrovato il consenso informato che mi era stato rilasciato. Non c’è riportata alcuna classe di rischio, non c’è scritto niente. L’ho fatto vedere anche al chirurgo». Il documento, che la signora mostra al Tirreno, in effetti, oltre a riportare una data sbagliata, non ha barrata alcuna casella delle cinque con cui si classifica il rischio degli interventi, né ci sono altri dettagli.
A chi non ha dimestichezza con il linguaggio medico, tra l’altro, è pure difficile capire dove questa informazione sia scritta poiché nel documento la parola “rischio” non compare; c’è solo l’acronimo Asa.
La signora Germani ha scritto una lettera alla direzione aziendale chiedendo spiegazioni e la cartella clinica, e si è rivolta anche a Federconsumatori. «Non è accettabile – dice – che una paziente anziana sia convocata alle 7, digiuna dalle 24 della sera prima, fatta rimanere seduta su una sedia fino alle 9,30, portata in sala operatoria alle 11,30 senza neanche un’analisi del sangue per essere rimandata a casa perché “non idonea” dopo un iter di quasi quattro mesi».
Cosa è successo dunque? La Asl sostiene che la signora era stata correttamente informata del livello di rischio che l’intervento avrebbe comportato e parla di un «problema di comunicazione di partenza». Una versione che si discosta da quella della signora Germani.
Secondo l’azienda sanitaria, poi, il chirurgo avrebbe chiamato la signora per una «difformità nella sottoscrizione del consenso informato che lo ha spinto a rivalutare con la figlia della paziente il consenso all’intervento». Infine un particolare da chiarire. Se nel consenso informato rilasciato alla signora non è riportata la classe di rischio, nella documentazione in possesso all’équipe medica risulta invece segnato un codice di rischio di livello 3.
L’Asl sta comunque facendo ulteriori verifiche per cercare di capire più a fondo come sono andate le cose.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
