Il Tirreno

Grosseto

Furono posate tubature per 58 chilometri

L'acquedotto delle Arbure venne inaugurato l’11 giugno del 1896 al serbatoio del Maiano, dove confluivano le acque potabili che la conduttura metteva per la prima volta a disposizione della...

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L'acquedotto delle Arbure venne inaugurato l’11 giugno del 1896 al serbatoio del Maiano, dove confluivano le acque potabili che la conduttura metteva per la prima volta a disposizione della cittadinanza. La lunghezza del tracciato e la complessità del progetto lo rendevano una delle più maestose condutture per l'approvvigionamento idropotabile fino ad allora mai realizzate in Toscana e non solo.

Concluso per opera dalla Società per le Condotte d'acqua di Roma, l'acquedotto captava le acque dal Monte Amiata, nei pressi di Castel del Piano, dalle sorgenti Arbure e Bugnano. Si dovettero posare tubature per oltre 58.000 metri, per un totale di due milioni e quattrocentomila chilogrammi di ghisa, lungo un tracciato che percorreva ben sette territori comunali, per servire l'abitato del capoluogo di provincia e le frazioni di Istia e di Batignano. Inoltre vennero completate varie opere di alto valore ingegneristico e artistico, come il ponte sul torrente delle Trasubbie, uno dei primi di 41 metri ad un’unica campata parabolica in ferro. Per riuscire in questa ambiziosa impresa il Comune di Grosseto dovette aprire un mutuo di ben 1.500.000 di lire, concesso dalla Cassa Depositi e Prestiti, da estinguere in 50 anni. Vennero risolte così le problematiche più urgenti per il capoluogo che sicuramente non avrebbe avuto uno sviluppo sociale ed economico senza essere dotato di acqua potabile. Dal 1897, proprio a seguito della realizzazione dell’acquedotto, fu abolita l’estatatura, l'esodo estivo degli uffici pubblici per il rischio malaria, che allora si pensava collegato ad una questione igienico sanitaria dovuta all'acqua stagnante.

Come scrisse Alfonso Ademollo a fine Ottocento, nelle sue “Considerazioni storico-mediche sulla Maremma Toscana”: «Sì, spunterà un giorno in cui da questi piani, da queste valli, da questi poggi sarà fugato il silenzio, la tristezza, la febbre (…) risarà dischiuso l’ampio tesoro di cui è capace, e potrà centuplicati ridonare i valori, che la Patria comune versò pel suo benessere. Allora tornerà stagione di vita e non di abbandono».

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