Il Tirreno

Grosseto

il pd DIMEZZATO

Il no a Borghi e poi la grande crisi

di GABRIELE BALDANZI
Il no a Borghi e poi la grande crisi

Le faide interne e il crollo. Che può segnare l’inizio di una svolta

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di GABRIELE BALDANZI

Alle Europee del 2014 il Pd grossetano contava 19.398 elettori e, per la prima volta dai tempi del Pci, un partito della sinistra (si fa per dire) tornava a sfondare la soglia psicologica del 50 per cento in una tornata elettorale. Due anni dopo, quello stesso partito, a Grosseto, conta poco più di 7.500 voti (il 18,9% dei votanti). Briciole. È un crollo verticale quello vissuto dai Dem negli ultimi 700 giorni. Due anni di litigi, divisioni, polemiche, emorragie. Oggi - nel momento in cui ci sarebbe più bisogno - il Pd è ai minimi storici, svuotato di persone e di idee. Un dato per tutti: il primo degli eletti, con un exploit impronosticabile, è un militare sconosciuto al 90% dei dirigenti, tale Ciro Cirillo, fuori dalle beghe e dai contrasti che periodicamente segnano le riunioni in via Svizzera. Qualcuno ieri si domandava perfino se fosse iscritto...

Eppure, un primo segnale (da raccogliere) era arrivato esattamente un anno fa, alle Regionali. Allora l’inconsistenza degli avversari, quel 35,2% (10.780 croci), il serrato confronto a tre fra Leonardo Marras, Barbara Pinzuti e Valentina Culicchi mascherarono il trend negativo. L’analisi del voto fu rapida. Borghi, candidato sindaco in pectore, fu addidato come il problema e si cominciò a lavorare al suo depotenziamento. Ma in realtà il partito era già uscito dalle grazie dei cittadini, l’effetto Renzi esaurito.

Oggi, con molti più votanti, sia rispetto alle Europee che alle Regionali, il Pd gratta il fondo del suo consenso. Quasi 13.000 suoi elettori del 2014 domenica scorsa hanno scelto altro, hanno trovato più interessanti proposte politiche alternative. Il partito si trova adesso in condizioni peggiori rispetto ai tempi in cui lo guidavano Bersani a livello nazionale e la Pinzuti a Grosseto. Lo dicono i numeri. Due sere fa, nella prima riunione post-elettorale, pare che il segretario comunale Saimo Biliotti abbia fatto notare come i 3.806 voti della lista Mascagni sindaco (il 9,5%) siano in realtà un prestito del Pd. Qualcuno si è arrabbiato. E in effetti è una lettura discutibile. La lista Mascagni sindaco è quella che ha permesso allo stesso Mascagni di restare in scia, è quella con la percentuale più alta di preferenze rispetto ai voti. Era imbottita di uomini e donne che nulla hanno a che vedere con il Pd. Al netto del mezzo miracolo compiuto dall’avvocato rotale Lorenzo Mascagni, resta da chiedersi quale sarebbe stato il risultato candidando Paolo Borghi, magari evitando di azzopparlo già dall’autunno, il che avrebbe significato forse trovare la quadra per un’alleanza più vasta, con una parte di sinistra e con altre civiche. Di certo le questioni di equilibrio interne al partito di maggioranza hanno condizionato gli ultimi due anni e tuttora rendono più complicato sia l’ultimo chilometro di Mascagni, sia il lavoro di Marras a Firenze e sul territorio.

Ma in tutto il male c’è un po’ di bene. A Firenze adesso sanno cosa è successo. Comunque vada il 19 giugno, il partito verrà rinnovato, i segretari (lo dicono loro stessi da tempo) lasceranno gli incarichi. Si proverà a ricostruire partendo dai giovani, ragazzi che valgono: Marco Di Giacopo, Francesco Rustici, Fabio Bonazia, Federico Badini, Manuele Bartalucci, Elisa Petroni, Diego Tosi, la stessa Culicchi. Per la segreteria provinciale - a ottobre - la spunterà chi, tra Christian Sensi, Luigi Bellumori e Giacomo Termine, sarà in grado di aggregare di più. Per il Pd il 2016 potrebbe essere davvero l’anno zero.

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