Il Tirreno

Grosseto

Cassaforte vuota, assolte due imprenditrici

Le sorelle Lenzi erano sotto accusa per appropriazione indebita: per il giudice il fatto non sussiste

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GAVORRANO. Il giudice Giovanni Muscogiuri ha assolto perché il fatto non sussiste le imprenditrici Fiorella Lenzi e Pamela Lenzi, sorelle, entrambe di Follonica, finite sotto accusa per appropriazione indebita del contenuto della cassaforte di Aldo Ferrari, di Potassa di Gavorrano, morto nel dicembre 2011.

Il giudice ha accolto la richiesta del difensore Franco Ciullini, mentre il legale di parte civile Emiliano Goracci (per la figlia di Ferrari, Samara) aveva insistito per la condanna, sostenendo che, anche se non è stato possibile accertare il contenuto della cassaforte, il reato si sarebbe comunque perfezionato al momento in cui le donne avevano aperto lo sportello del forziere. Il viceprocuratore onorario Massimiliano Tozzi aveva chiesto 2 mesi e 400 euro per ciascuna.

Samanta Ferrari aveva spiegato di essere tornata precipitosamente dall'estero, a causa della morte del padre, e che nella cassaforte di casa - intatta all’esterno - non aveva trovato più nulla, se non un orologio. Lei, che è l’erede, si era meravigliata, aveva chiesto spiegazioni su chi aveva le chiavi e informazioni su cosa era avvenuto in precedenza e poi era andata dai carabinieri per sporgere querela. Samara, oggi 25enne, era stata raggiunta dalla notizia morte del padre l'aveva raggiunta mentre era in Tunisia, per motivi di studio. Era stata chiamata dalla compagna del padre. Aveva preso il primo volo, era arrivata a Potassa, il giorno successivo c’era stato il funerale. «Io non ho mai avuto le chiavi della cassaforte». Le furono date da Fiorella Lenzi, aveva raccontato al giudice, che le aveva anche restituito degli oggetti. Samara Ferrari lamentava che, in qualità di erede, doveva essere l’unica legittimata ad aprire la cassaforte; invece sarebbe stata aperta prima. «Mancavano degli oggetti che appartenevano a mia nonna», aveva detto ancora la parte offesa, e le sembrò strano anche che non vi fosse del denaro, ad esempio quello che il padre avrebbe dovuto versare per pagare le spese di studio all’estero proprio il giorno dopo il decesso (anche se è plausibile l'ipotesi di un bonifico). Ma di quella cassaforte non esisteva un inventario ed è stato verosimilmente questo il motivo che ha indotto il giudice (che depositerà le motivazioni entro quindici giorni) a pronunciare una sentenza di assoluzione nei confronti delle due imprenditrici.

(p.s.)

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