Attenzione
QUEI CAPANNI SPIANATI AL MARE E IL LOCCO CHE DIVORA LE FAVE
di STEFANO ADAMI «Finirono le fave al locco, e ne aveva cento staia...», declama compunto, impegnato, pensieroso, il mio vicino di casa, tentennando il capo. «Proprio cosi», gli rispondo. «Un bel...
di STEFANO ADAMI
«Finirono le fave al locco, e ne aveva cento staia...», declama compunto, impegnato, pensieroso, il mio vicino di casa, tentennando il capo.
«Proprio cosi», gli rispondo. «Un bel proverbio. Lo diceva sempre anche la mia povera nonna, ai pozzi». «Capisco. Mi sto concentrando sui modi di dire, voglio coglierli meglio. Ma cosa significa?».
Gli chiedo quali sono le parole che gli sfuggono, e lui: «fave, locco». Naturale. Senza parole del genere, dove si va?
Il locco, pennuto nottivago, a quanto pare, si abboffa di fave, che predilige, e quindi presto resta a becco asciutto. Morale: sempre andarci piano, con le fave. Mai fare come il locco. Attuale, vero? Ma com’è contento il George. «Attuale, davvero attuale. Icastico, efficace...».
Ma dove lo ha sentito? Al bar, dove un gruppo di signori in età commentava lo spianamento per via di trattore di tutti quei piccoli similcapanni che esistevano da tempo immemore sulla spiaggia oltre Principina, verso il parco dell’Uccellina.
«Che peccato...», commenta George, «quei capanni sembravano così belli in foto, così romantici...». Come no.
Poi per varie generazioni di locali quei capanni hanno significato l’appartamento sulla spiaggia per fini privati, molto privati, per l’appolpamento, il discorso fatto guancia a guancia... Il ritmo delle onde fra quei legni suggeriva altri ritmi naturali, altre fioriture spontanee.
Ma questo non glielo dico, al George. Romanticone com’è, davanti a una notizia del genere è capace di partire per quella spiaggia, ricostruire con le sue manine hollywoodiane tutti i capanni in una notte, uno per uno. Per la gioia delle coppiette.
È capace, dopo, di accompagnarcele lui, le coppiette, ai nuovi capanni di sua fattura, seguendole con lo sguardo affettuoso da provolone.
«Che peccato, davvero... Ma che avrà voluto dire quel signore, con il proverbio del locco?». «Eh, caro George, come faccio a saperlo? Avresti dovuto chiederlo a lui... Forse voleva dire che noi uomini spesso divoriamo il nostro ambiente, come il locco tutte le sue fave...».
«E dopo non ci sono più...», conclude. «Tra quei legni dimoravano, dicono, gli uccelletti fratini... Che ora disertano il luogo manipolato... Perché noi manipoliamo tutto, fino allo zero... Come nel caso della geotermia», azzarda.
Mi mostra un foglio.
Sta scrivendo una lettera al presidente della Repubblica: «Caro Presidente, sono molto preoccupato per l’assottigliarsi delle fave... Lei che ne dice?».
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