Il Tirreno

Grosseto

Applausi e lacrime per l’addio a Giorgio

di Giulia Sili
Applausi e lacrime per l’addio a Giorgio

Beha: «In questo Paese imbarbarito non si sono accorti della ricchezza del suo talento». L’agente Ratchev: «Non temeva la morte»

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STICCIANO. Non una cerimonia ufficiale, non un funerale. Solo una bara bianca tra due alti pini marittimi appoggiata sul prato della tenuta; lo stesso posto dove nei caldi pomeriggi estivi maremmani sistemava una sedia e si fermava a pensare ai piedi della scalinata del casale. Solo un saluto degli amici: ha voluto così Giorgio Albertazzi, scomparso due giorni fa alla Pescaia di Roccastrada, dopo una lunga malattia. Sarà cremato, penserà a tutto l’impresa Gabbrielli.

Vicino alla moglie Pia dei Tolomei gli amici del palcoscenico, colleghi di teatro e di spettacolo, come Mariangela D’Abbraccio, Lina Sastri, Caterina Caselli, Ornella Vanoni, Paola Pitagora e Milly Carlucci. Ma anche tanta gente del posto, con la quale il maestro aveva instaurato rapporti quotidiani. Nel pomeriggio assolato un centinaio di persone ha fatto cerchio intorno alla bara. Olivero Beha ha preso la parola per ricordare il maestro. Parole forti, che hanno glissato sul coinvolgimento dell'attore nella Repubblica Sociale e che non hanno risparmiato polemiche: «Ormai da ventisette anni Giorgio, per i più, era il suo personaggio, abbiamo di fatto assistito ad una “adrianizzazione di Albertazzi” - ha detto, visibilmente commosso, Beha - ma Giorgio poteva dare ancora in termini di magistero perché era anche altro oltre ad un ottimo interprete, ma in questo Paese imbarbarito non se ne sono accorti. Se solo se ne fossero interessati di più oggi saremmo tutti più ricchi. Forse col tempo, nel ricordo, impareremo ad apprezzare a pieno il suo grande lavoro».

«Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti», questa una delle più celebri frasi recitate da Giorgio Albertazzi durante la messa in scena di “Memorie di Adriano”, lo spettacolo tratto dal libro di Marguerite Yourcenar, che l'attore interpretava magistralmente vestito di una tunica bianca, immacolata come le scarpe da ginnastica che portava ai piedi. «”Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti” e questo Giorgio lo ha pensato per sé e lo ha fatto» ha concluso Beha.

«Giorgio non temeva la morte, la temevamo piuttosto noi - ha raccontato Laura Ratchev, l’agente di Albertazzi per la televisione e il cinema - soltanto pochi giorni fa abbiamo concluso le riprese di "Vita morte e miracoli" un documentario per Rai Cultura dedicato a Giorgio, finito di girare proprio in questo giardino, sotto ai due pini dove oggi è stata messa la sua bara. Lui sentiva che sarebbe morto ma questo non lo ha mai spaventato, perché ha sempre guardato alla vita con gioia e interesse per le sue innumerevoli passioni». «Oggi è un giorno triste ma anche sereno - ha detto Stefano "Cocco" Cantini, che conosceva bene il maestro - Albertazzi ha avuto il tempo per fare arte ed esprimersi al meglio in tutta la sua forza e oggi siamo qui a salutare una persona che ha dato tanto alla cultura italiana. Un aforisma, che credo racchiuda perfettamente il sentimento di tutti quelli che sono giunti qua oggi, è stato scritto da Fernando Pessoa e Giorgio lo aveva fatto suo: “l'arte è la dimostrazione che una vita non basta"».

Per molti Albertazzi non era solo un grande attore, ma anche un pezzo della storia d'Italia: «Giorgio non lascia un vuoto perché ha fatto tanto, tantissimo, ha lasciato pagine e pagine di scritti e ha inventato modi di fare tv, giocando, come solo lui sapeva fare, con le novelle e le poesia - ha detto l'attore Sebastiano Lo Monaco - era un uomo d'altri tempi, di un ingegno incredibile, proprio come quello degli artisti rinascimentali».

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