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Trentamila bottiglie di vino per salvare la società

Trentamila bottiglie di vino per salvare la società

GROSSETO. È un tentativo difficile, quello che sta cercando di fare il tribunale di Pisa dove è arrivata un’asta giudiziaria che riguarda un’azienda vitivinicola maremmana. Il tentativo di recuperare...

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GROSSETO. È un tentativo difficile, quello che sta cercando di fare il tribunale di Pisa dove è arrivata un’asta giudiziaria che riguarda un’azienda vitivinicola maremmana. Il tentativo di recuperare cinque milioni di euro, soldi che dovrebbero servire oltre che per rimettere sul mercato il marchio anche per rientrare di un’esposizione bancaria di 15 milioni di euro.

È una storia ancora tutta da definire quella della società che produce e vende vino in Maremma, della quale il tribunale di Pisa ha deciso di non rendere noto il nome, proprio per permettere ai titolari di continuare a lavorare e produrre senza essere costretti a dover vendere la propria azienda a un prezzo troppo inferiore del proprio valore.

Quello che c’è infatti sulla carta sarebbe un debito di 15 milioni di euro con una banca e il pignoramento di 30.000 bottiglie di vino, alcune delle quali pregiate. Ma anche il tentativo del patron della società di cdere quote azionarie per lo stesso importo. Bottiglie che hanno un prezzo tra i 15 e i 700 euro. Nell’azienda sarebbero già state pignorate anche le cantine con le botti e il vino prodotto.

L’azienda è stata valutata dal perito del tribunale 50 milioni di euro e anche il suo marchio potrebbe essere venduto per recuperare diversi soldi e salvar così la società.

Insomma, l’idea del tribunale di Pisa è quello di “blindare” il marchio in modo tale da non fargli perdere valore. E infatti, la base d’asta per le cantine e per le botti, oltre che per le trentamila bottiglie che sono state pignorate dalle società dei creditori dell’azienda vinivinicola è di cinque milioni di euro, soldi che serviranno per rimettere in pista la società e permetterle così di vendere il marchio a un prezzo accettabile, senza essere in qualche modo “aggredita” dalle grandi società del settore che potrebbero voler acquistare il brand e successivamente l’azienda a un prezzo troppo più basso rispetto a quello scritto sulla perizia del tribunale.

Francesca Gori

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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