Il Tirreno

Grosseto

IL GIALLO DI POTASSA»LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA

di Pierluigi Sposato
IL GIALLO DI POTASSA»LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA

GROSSETO. La colpevolezza di Antonino Bilella è tutta contenuta in una decina di righe tra le 164 pagine che costituiscono le motivazioni analitiche della condanna all’ergastolo adesso depositate in...

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GROSSETO. La colpevolezza di Antonino Bilella è tutta contenuta in una decina di righe tra le 164 pagine che costituiscono le motivazioni analitiche della condanna all’ergastolo adesso depositate in cancelleria dalla Corte di assise a conclusione del processo del 18 febbraio: «L’immediata interruzione del rapporto di affitto avrebbe significato per lui la perdita dalle casa e della possibilità di mettere in atto il proposito di allevare le pecore. Bilella si sarebbe ritrovato tutt’a un tratto senza un tetto, in una regione che non era la sua, dove si era trasferito per poter godere di un clima più congeniale ai suoi problemi di salute. È di fronte a questa paurosa prospettiva che l’imputato ha covato il proposito omicida (di Francesca Benetti, proprietaria di Villa Adua a Potassa - ndr): se fosse riuscito a eliminare la proprietaria facendo sparire il suo corpo, nessuno avrebbe potuto accusarlo; la proprietà sarebbe passata ai figli di lei, i quali, vivendo a centinaia di chilometri di distanza, sarebbero stati quasi contenti di affidare a lui la gestione della villa e del terreno. Bilella sarebbe così diventato il proprietario di fatto, quella qualifica che aveva millantato in precedenza tanto con la barista del bar che frequentava quanto con il suo amico Sette».

«Credibile come Pinocchio». Questa la ricostruzione che la Corte presieduta da Giovanni Puliatti (a latere ed estensore Sergio Compagnucci) ha fatto di quanto avvenuto il 4 novembre 2013. Bilella colpevole perché non può essere stato che lui; perché era stato l’ultimo a vederla viva; perché tutte le altre piste devono essere escluse, compresa quella dell’allontanamento volontario e quelle sui fidanzati, ex o (Aldo Scotto) colui con il quale aveva in corso una relazione; perché l’agricoltore aveva tenuto un comportamento anomalo quel giorno, quasi di disinteresse, rispetto alle preoccupazioni manifestate in precedenza per lei; perché ha detto il falso quando è stato interrogato in aula (ad esempio sul ritrovamento di un biglietto con la targa dell’auto di Francesca e la scritta «butta», «ha scelto di non collaborare, rifugiandosi in un penoso “non ricordo”, credibile quanto Pinocchio»); perché le due tracce di sangue di lei nell’auto di lui parlano chiaro e non hanno spiegazioni alternative, così come quelle nell’appartamento di lei nella villa; perché il tentativo di liberarsi di auto e pianale è sintomatico; perché le ferite riscontrate sulle braccia di lui sono compatibili con una lotta. «Tali elementi indiziari - scrive la Corte che ne indica in tutto dieci - si legano perfettamente tra di essi e consentono di affermare oltre ogni ragionevole dubbio che è stato Bilella Antonino a uccidere la Benetti, prima di trasportare il suo cadavere con la Punto bianca in un luogo sconosciuto».

Gelosia. Il movente è stato la gelosia: quando Bilella «si è reso conto che la Benetti aveva allacciato una nuova relazione con Scotto, ha reagito con gelosia; e alla gelosia è poi subentrata la rabbia quando ha capito che la donna, non solo aveva preferito un altro uomo a lui, ma lo stava anche allontanando come affittuario, buttandolo di fatto in mezzo alla strada».

Premeditazione. Bilella aveva agito con premeditazione, secondo la Corte di assise (che indica dieci elementi indiziari), trovando «un pretesto per attirarla nella trappola». Sfumata (anche per l’intervento di Scotto) la scusa dei topolini che avrebbero fatto rumore in casa, Bilella aveva puntato sulla vicenda della lottizzazione Sant’Anna, che gli aveva servito «lo spunto su un piatto d’argento». Francesca era preoccupata per il contenzioso con il confinante per i danni che potevano essere causati dal modo in cui Antonino teneva il podere. Era il 31 ottobre e da questa data, secondo i giudici, è nata l’idea della consumazione del delitto. Quei quattro giorni erano serviti a Bilella non per rinunciare al proposito ma per garantirsi che tutto fosse pronto: aveva detto no alla Benetti che sarebbe voluta venire già nel fine settimana; si era assicurato che i figli non scendessero in Maremma; aveva scelto un giorno feriale (il 4 era lunedì) perché Scotto fosse al lavoro.

Contraddizioni. Tra i vari aspetti valutati negativamente dalla Corte, ci sono tra l’altro le contraddizioni di Bilella sull’orario in cui Benetti si sarebbe allontanata da Villa Adua (contrastano con le telefonate con l’escavatorista Graziano Banini), sullo spostamento delle sedie all’interno della casa (Bilella non poteva sapere che Scotto lo aveva fatto in un giorno in cui lui non era presente), sui falsi motivi con i quali ha giustificato la rottamazione dell’auto, sventata dai carabinieri, e l’abbandono del pianale, ritrovato dagli stessi carabinieri che lo intercettavano e lo seguivano.

«No complotti». I giudici rilevano la sostanziale attendibilità dei testimoni, fatta eccezione per alcune dichiarazioni dell’amica di lei Patrizia Lorenzetti (a proposito delle molestie sessuali subite) e del fratello di lei Alessandro Benetti. Attendibile l’amico di lui Lido Volpi. Attendibile l’escavatorista. «Non si capisce perché i testimoni avrebbero dovuto ordine un complotto contro di lui».

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