Italia
Il predatore assale e uccide un montone
Aggressione a Pomonte, l’allevatore: «L’avevo appena comprato, è impossibile difendersi»
SCANSANO. Montone di nemmeno un anno sgolato e sventrato a Pomonte, nell’azienda agraria Santa Rita di Emiliano Ferrini, dove, nemmeno due mesi fa, erano letteralmente spariti otto agnelli, senza che se ne sia trovata alcuna traccia.
«L’avevo comprato domenica – spiega Ferrini –. Dopo neppure tre giorni eccolo qui. Morto e smaltito. L’avevo pagato 400 euro. Un bell’animale, anche perché allevo pecore iscritte nel libro genealogico e dunque tutto deve essere rigoroso. Ma mercoledì pomeriggio, alle 16,30, in pieno giorno, l’amara sorpresa. Mi chiama un vicino che si trovava sulla strada delle Ragnaie di fronte alla mia azienda dicendo che c’era qualcosa che non andava. E dopo un minuto mi richiama avvertendomi che c’era un “lupo” che aveva preso una pecora. Mi sono precipitato e ci ho messo dieci minuti ad arrivare. Il montone era ancora vivo, ma sgozzato e con le interiora di fuori. È morto dopo 10 minuti. Poi la trafila dei veterinari e stamani lo smaltimento».
Ferrini possiede anche vari cani da guardiania che però non ce la fanno a fronteggiare l’emergenza. «I cani, ora – spiega – servono a poco perché non vedono i predatori riparati dai grani e fieni alti. Li vedono quando si gettano sulle prede, ma a quel punto è troppo tardi. E adesso, finché non avremo falciato, sarà così. Per cui ho perso 400 euro e temo per le pecore che erano tutte gravide di due mesi circa e che abortiranno».
Ferrini ormai vede nero. «Un futuro che non c’è – dice – il latte sta calando di 10 centesimi, la carne di agnello è crollata a 1 euro e ottanta. Si chiude davvero se non si sbrigano a risarcirci. Fra il crollo dei prezzi e le predazioni in questa provincia gli allevamenti stanno vivendo un momento nerissimo».
Ferrini entra anche nel dettaglio dei sistemi di allevamento: «Ho i cani, la notte rimetto le pecore che, invece, devono pascolare di notte quando è primavera e estate. Ma di giorno le devo pur fare mangiare. Solo da tre giorni le portavo nel campo a 200 metri da casa. Non ho fatto in tempo che ci ho perduto il montone. Ma come si deve fare per fargli fare il latte? Per farle stare fuori? Nemmeno posso pensare di chiudere con tutte le reti antilupo. Posso chiudere un ettaro al massimo. Ma lì dentro le posso tenere la notte. E il giorno? Ma possibile che la Regione non capisca queste cose? Che non si metta in moto per salvare l’economia del Grossetano?».
L’allevatore confessa anche di aver cominciato un altro tipo di allevamento, quello delle capre: «Ma anche loro sono a rischio». E per finire l’attacco ai progetti, privi di esito: «Che soluzioni hanno dato? Zero. Eppure di soldi pubblici, cioè, nostri, ne sono circolati parecchi».
Invece, nonostante le considerazioni e le critiche degli addetti ai lavori della pastorizia, le associazioni ambientaliste continuano a proporre cani, recinzioni e lotta ai randagi.
Per Legambiente «1210 capi uccisi nei pascoli della provincia di Grosseto nel 2015 sono un numero importante, che può essere ridotto in primo luogo cani da guardianìa e recinzioni, forniti dal progetto europeo Medwolf a chi ne ha fatto richiesta». Lo dice Angelo Gentili, della segreteria nazionale dell’associazione che dice che «bisogna anche ridurre il randagismo canino» e invoca «rimborsi diretti e indiretti, per gli allevatori, anche perché rappresentano un presidio fondamentale per la tutela, la gestione e la conservazione delle aree agricole e del territorio». E a proposito di lupi Gentili ribadisce la propria contrarietà a ogni forma di abbattimento. (f.b.)
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