Italia
Pecore ferite a morte e ridotte a brandelli
L’ennesimo attacco notturno mette in ginocchio un’azienda a Manciano Sotto choc l’allevatore Masala: «Bisogna unire le forze e scendere in piazza»
MANCIANO. Alle Croste, sulla strada che collega Manciano ad Albinia, sono arrivati i gabbiani. I gabbiani arrivano subito, quando ci sono carcasse di animali morti. E nel grande pascolo delle Croste, nell’azienda di Carmelo Masala, hanno cominciato a planare fin dalla primissima mattina di ieri.
In quel campo sono disseminate una quindicina di carcasse di pecore scannate, ma il numero non corrisponde al totale. Ci sono brandelli sparsi qua e là, lana, poveri resti. Nella notte sono di nuovo arrivati i predatori e hanno fatto una strage: «Non ho volutamente toccato nulla - commenta Carmelo Masala - Ne abbiamo ritrovate una quindicina nel fosso e nei cespugli ma anche il mezzo al campo. Pezzi sparsi qua e là. Ma dentro il gregge ve ne sono tante ferite e che moriranno. Una cinquantina di capi sciupati, credo, ma ancora non ho fatto il conto. Un disastro. Un gregge di 460 pecore alleve, giovani e con lo scopo di rinverdire l’ovile».
Le pecore rimaste nel prato dopo la predazione sono immobili. Molte sono ferite, con buchi in gola e la carne a brandelli. Non pascolano. Sembrano dipinte: «Non si muovono - osserva Carmelo -Dovrebbero pascolare. Invece ormai questo gregge è perduto. Anche quelle intatte sono talmente traumatizzate che non produrranno più nulla».
Attorno a Masala il sostegno degli altri allevatori che sono venuti a vedere cosa era successo. Si parla a bassa voce, come per un lutto. Ci sono i carabinieri che dirigono il traffico, il sindaco di Manciano Marco Galli, il presidente della Cia di Grosseto Enrico Rabazzi.
«Bisogna scendere in piazza - dice Masala - se siamo veri allevatori. Le istituzioni e i politici ci hanno bollato come quattro stupidi che vivono fra le pecore. Spero che gli allevatori vogliano fare gruppo e dimostrare quanto si vale. Occorre non solo saper fare bene questo mestiere, ma anche essere in grado di difenderlo. E per adesso gli allevatori insieme non hanno saputo farlo. Basti pensare che siamo arrivati a farci pagare la carne di agnello 2 euro e cinquanta al chilo».
Masala è uno degli imprenditori più grandi del comune di Manciano e ha subito attacchi su attacchi, con centinaia di capi perduti e il resto del gregge compromesso.
E fu lui, sostenuto da un grande gruppo di colleghi a portare, qualche mese fa, alcune delle pecore morte e ferite alla rotonda di Manciano, sotto gli occhi tutti, a mostrare lo scempio. E di nuovo, venerdì mattina, i pastori sono con lui: «Dieci anni fa - commenta l’allevatore Erio Nutarelli - qui pascolavano pecore e mucche. Era una meraviglia. Ora è il deserto. Solo nella zona di Scansano abbiamo perso il 50%».
Virgilio Manini, amico fraterno di Masala, cerca di sostenerlo: «In questo momento - dice mostrando il cellulare - mio cugino Antonio, a Saturnia, ha avuto un incontro ravvicinato col predatore. Qui è pieno. Siamo saturi. In Toscana ci sono, ad ora, 130 branchi e solo qui, in pochi ettari, due famiglie con cuccioli. Che cosa si aspetta a toglierli?».
E in termini economici quanto costa una strage di questa portata? «Difficile quantificare - risponde Carmelo Masala - sono tutti animali sotto i sei mesi. Tutti compromessi. Poi i 15 morti e trenta e più feriti o dispersi. Ho perduto un intero gregge di quasi 500 capi».
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