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Grosseto

Sfrattati dal mercato, ce li rimette il Tar

Sfrattati dal mercato, ce li rimette il Tar

Causa malattia lasciano spesso spento il loro banco del pesce nella struttura coperta ai Lavatoi: il Comune li caccia, ma...

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GROSSETO. La famiglia Ciampoli pesca e vende pesce fresco da oltre mezzo secolo: all’inizio il padre, Goliardo, con la barca ormeggiata nel porto di Castiglione e la pescheria in un piccolo fondo dietro il centro, a pochi metri dal canale. Poi negli anni Ottanta i figli decidono di sbarcare a Grosseto e ottengono una concessione dal Comune per un banco al mercato del pesce che allora era in piazza del Sale. «Era un banco mobile su ruote – ricorsa il titolare, Adolfo Ciampoli – alla fine della giornata lo portavano in un magazzino e la mattina dopo lo riprendevamo».

Negli anni Novanta è stato costruito il mercato coperto in via dei Lavatoi e Ciampoli ha avuto la concessione per il posteggio n. 2. Da allora, ogni giorno, cinque volte la settimana, ha venduto il pesce pescato dalla propria barca. Praticamente un antesignano della filiera a chilometri zero.

Poi nel 2013 una grave malattia impedisce a Ciampoli di garantire la presenza quotidiana, due mesi consecutivi di assenza mentre era ricoverato, una lunga degenza e poi la prescrizione del medico di preservare la salute e evitare tutti i giorni dieci ore consecutive di lavoro; gli uffici del Comune contestano le poche presenze, ma – ricevuti i certificati medici – giustificano le assenze. Ciampoli però, per essere tranquillo, conferisce l’attività nella srl familiare che ha con il fratello, anche lui al lavoro al banco del pesce da quando era un ragazzo. Tuttavia pure il fratello si ammala e nel 2015 superano ancora la soglia delle assenze. Portano i certificati al Comune nella convinzione di essere giustificati ma stavolta la funzionaria invocando una norma regionale che non richiama le srl, nega la giustificazione.

I fratelli Ciampoli si rivolgono allora a un legale, l’avvocato Fabio Tavarelli. Il quale fa presente all’ufficio che con la direttiva europea Bolkestein non si può trattare diversamente i concessionari sulla base della forma societaria; che la legge richiamata era stata fatta prima della possibilità delle srl di avere concessioni per posteggi da ambulanti a posto fisso; che comunque la malattia è una causa oggettiva, soprattutto quando colpisce gli unici due soci. E che infine il mercato è vuoto: infatti su 23 banchi, dieci sono liberi, perché nessuno ne fa richiesta.

La funzionaria comunale non sente ragioni e con una propria determina revoca autorizzazione al commercio e concessione di posteggio. «Senza neppure un giorno per smaltire il pesce fresco. Mi sono sentito cadere il mondo addosso – dice Ciampoli – dopo 35 anni non avere più il banco, non sapere dove vendere il pesce della barca. E soprattutto in un momento in cui tutta la mia famiglia ha avuto problemi di salute. Una tragedia».

L’avvocato prova a chiedere al Comune una proroga del provvedimento di decadenza o l’assegnazione temporanea di un banco nuovo in attesa del bando, visto appunto che il mercato è vuoto, e scrive al sindaco, all’assessore e al dirigente. Ma nel giro di poche ore riceve, dalla solita funzionaria, un nuovo no, anche alla richiesta di accelerare il bando. E così Ciampoli è costretto a buttare via tutto il pesce, che contrariamente al vino col tempo non migliora.

«La funzionaria ha interpretato la peggiore burocrazia – dice l’avvocato Tavarelli – si è occupata di giustificare il proprio operato senza affrontare il problema, umano ed economico, di chi aveva di fronte. Un atteggiamento mortificante». Dunque parte il ricorso al Tar. Al Tribunale l’avvocato spiega che i fratelli Ciampoli vendono pesce fresco da sempre, vivono di quello e il mercato è vuoto, e quindi non fanno male a nessuno se restano lì sino almeno al nuovo bando. Il presidente del Tar, Saverio Romano, dopo poche ore dalla ricezione del ricorso ha preso la sua decisione e «al fine di garantire la continuità dell’attività economica necessaria al sostentamento dei soci ricorrenti, in assenza di gravi ragioni ostative in relazione all’interesse pubblico tutelato» ha sospeso il provvedimento del Comune. Evidentemente mettendo il lavoro dinanzi al labirinto di regole alle quali si era appellata la burocrazia comunale.

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