Sicurezza
Presa la banda dei furti
Giro d’affari di 850.000 euro in un anno, rubavano nelle abitazioni vuote
GROSSETO. Aspettavano che le abitazioni fossero vuote. Controllavano i movimenti dei proprietari degli appartamenti, poi entravano in azione. Sapevano dove e quando colpire ed era difficile che venissero via a mani vuote dopo aver individuato i loro obiettivi.
Una famiglia di sinti, nati quasi tutti in Italia che da sempre vivono a Grosseto in ville di lusso abusive, viaggiano con auto di grande cilindrata e cenano quasi sempre al ristorante. I carabinieri di Grosseto sono stati alle loro costole per anni, finché la scorsa notte sono usciti dalla caserma con cinquanta uomini e sono andati a prenderli. Per dieci di loro si sono aperte le porte delle varie carceri toscane, per quattro sono stati disposti gli arresti domiciliari, altri tre invece hanno l’obbligo di dimora.
Sono gli Alasia-Cavazza, famiglia strutturata seguendo le vecchie regole del matriarcato: in cima alla piramide ci sono Paolo Alasia e la moglie Mariuccia Alafleur, subito sotto la figlia di lei Angela e a seguire tutti gli altri figli della coppia, con i mariti, le mogli, i nipoti.
I quattordici sono indagati per il reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti in abitazione e esercizi commerciali, oltre che per aver utilizzato anche minori per commettere questi reati.
Le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo sono cominciate nel 2014: sono state utilizzate intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre a quelle video.
I carabinieri, che si erano accorti che in città venivano commessi furti tutti con lo stesso modus operandi, hanno scoperto 40 episodi commessi in città e in provincia, oltre ad alcuni in Sardegna, dove prendevano di mira le ville della Costa Smeralda. Episodi che sono avvenuti tra il 2010 e il 2015.
La famiglia di sinti, che abita a Grosseto nella zona di via Scansanese, ha realizzato ville abusive per le quali sono già state emesse ordinanze di demolizione ma che ancora non sono state eseguite per la presenza di bambini piccoli.
Gli appartamenti delle vittime dei furti venivano completamente svaligiati, mentre le casseforti venivano aperte con metodi vari, quasi sempre con un frullino, e svuotate di gioielli, soldi e preziosi. Gli autori studiavano le abitudini delle vittime ed entravano in azione quando le abitazioni erano disabitate.
Il valore della refurtiva sequestrata dai carabinieri si aggira intorno ai 100.000 euro, anche se il volume d'affari della famiglia, in un anno, è stato calcolato in 850.000 euro.
A dare il la all’operazione Ciriclò (chiamata così dal nome che i componenti della banda avevano dato al falchetto rubato in un’abitazione di Campagnatico) era stato il proprietario di un negozio di ferramente che aveva confermato ai carabinieri che diversi componenti del clan avevano acquistato nel corso dei mesi, frullini e dischi per tagliare le casseforti, spary schiumogeni per silenziare gli altoparlanti degli antifurto, guanti da lavoro e piccole torce a led che evitano fasci di luce visibili nell’oscurità a distanza. Non utilizzavano armi, durante i colpi e non hanno mai fatto male a nessuno. Aspettavano che le case fossero vuote ed entravano in azione. A Castiglione della Pescaia, a Follonica, a Capalbio, a Campagnatico. A Grosseto, soprattutto, ma anche in Sardegna dove, con la bella stagione, si trasferivano per entrare nelle ville dei russi e qualche volta, quando il bottino era stato per loro soddisfacente, ci tornavano anche. In Costa Smeralda avevano trovato, durante un singolo colpo, 40.000 euro in contanti e parecchie paia di scarpe e abiti griffati.
I carabinieri del Reparto investigativo del comando di Grosseto hanno intercettato i loro telefoni, li hanno ripresi con le telecamere e li hanno seguiti nei loro spostamenti. Al telefono parlavano in codice, intervallando le frasi in italiano con quelle in dialetto sinti. «Senza allarme, senza niente - dice uno di loro al telefono - questo è buono per rifarlo, ora c’ha l’Ml. Hanno messo un’altra cassaforte, questo lo fai facevi proprio regalato, regalato, regalato». Rubare nelle case sembrava un gioco da ragazzi ad ascoltarli. «Dovevamo cominciare a tagliare la cassaforte - si sente nella stessa conversazione, il gaggio dietro c’aveva la musica a palla». I carabinieri hanno scoperto che “gaggio” significa vicino, ma anche “forze dell’ordine”. Per sei anni i militari hanno tenuto gli occhi addosso a quella famiglia: molti di loro erano già stati arrestati, ma dal 2014, quando è cominciata l’operazione Ciriclò i militari si sono accorti di non aver a che fare con dei semplici ladri, con donne che rubavano nei supermercati e nelle farmacie, ma con un clan strutturato che intervallava, durante le trasferte in Sardegna, colpi in villa con bagni in mare e cene nei migliori ristoranti della Costa Smeralda, tutte rigorosamente pagate in contanti. I soldi, in fondo, non sembravano essere un problema per la famiglia. @francegori
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