Proteste
Addio Leporatti, maestro del codice
Si è spento a 61 anni dopo una malattia. Orbetellano di nascita, era uno dei penalisti maremmani più apprezzati
ORBETELLO. Memorabili i suoi scontri con l'accusa. Duelli dialettici a colpi di citazioni. Ad esempio Mao: «Grande è il disordine sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente» disse una volta l'avvocato a proposito delle mosse processuali del pm, riprendendo le parole del Grande Condottiero. Oppure, le critiche per i metodi da «brigatismo giudiziario» attribuiti sempre all’accusa.
Bruno Leporatti, morto a 61 anni, dava molto di sé in udienza, quando la battaglia si accendeva, e tutto ciò che dava era frutto di preparazione, di studio, di passioni. Conosceva il codice penale e quello di procedura come pochi. E non c'era ironia in chi lo definiva «il principe del foro». Forse invidia. Perché era tra i più bravi, forse davvero il più bravo. E c'era chi avrebbe fatto carte false per poter lavorare con lui, per poter carpirne abilità e lungimiranza.
Da qualche anno, anzi da molti anni ormai, i processi più difficili lo vedevano al fianco degli imputati più o meno celebri. Un nome? Francesco Schettino. La difesa del comandante della Costa Concordia, assunta all'indomani del disastro del 13 gennaio 2012, gli dette una visibilità che andò anche oltre i confini nazionali; lo assorbì profondamente, suo malgrado (non amava le platee diverse da quelle delle aule ma si sforzò di parlare davanti a taccuini e telecamere), e gli regalò quasi un anno di soddisfazioni professionali, prima della rinuncia al mandato per motivi che non ha mai voluto chiarire, nel novembre 2012. Un altro nome? Elismo Pesucci, l'ex sindaco di Campagnatico. E poi gli imputati di Argentariopoli, quelli dei casi giudiziari di Follonica e di tanti altri comuni maremmani, come anche di questioni minori. L'ultimo caso eclatante, non portato a termine per motivi di salute, quello in difesa di Antonino Bilella.
Ma anche se malato, anche se provato dalle terapie, anche se forzatamente lontano dalle udienze, Bruno Leporatti non aveva mancato di fare capolino in Tribunale. Si teneva aggiornato sullo stato dei processi, frequentava le cancellerie, scambiava opinioni con i colleghi. Negli ultimi tempi nemmeno il doversi far aiutare dalle stampelle lo scoraggiava dal camminare per i corridoi del palazzo. La sua Patrizia al fianco, lo sguardo sofferente, ma la voglia indomita di restare con tutti e due i piedi in quello che per oltre trenta anni è stato il suo mondo. Perché anche questa è stata una battaglia da combattere.
Leporatti si era laureato in giurisprudenza a Roma e a Roma aveva sostenuto l'esame di abilitazione. Aveva iniziato a lavorare nella sua Orbetello ma, dalla metà degli anni Novanta, era entrato a far parte di uno dei più prestigiosi studi legali associati grossetani: Antichi-Bastianini-Leporatti, Abl.
Era stato un passo importante di una carriera prestigiosa. «Un gran lavoratore», dice Antichi. Leporatti non si risparmiava mai. Il suo modo di ricaricarsi era quella sigaretta fumata fuori dal palazzo, nelle pause delle udienze più complicate. Un modo per scaricarsi e per chiarirsi le idee. Aveva rallentato quando, era il 1997, ebbe un problema cardiaco. Il tempo di rimettersi in forze e poi via, di nuovo nel tourbillon delle inchieste. Senza perdere di vista le sigarette.
Non si sa quante ne possa aver fumate ai tempi della difesa di Schettino. Un'opportunità professionale che si coniugava con la passione per le navi: in quei mesi Leporatti si fece apprezzare anche per la conoscenza della storia navale mondiale maturata in passato, e condivisa informalmente nelle pause dell'inchiesta. Un interesse che andava di pari passo con un'altra grande passione, quella per la politica. Non si era mai esposto pubblicamente - anche se il suo orientamento era noto - fino al dicembre 2012, quando si era candidato da indipendente per le primarie di Sel, avrebbe dovuto correre per il Senato. Ma i voti raccolti a Orbetello non arrivarono in tempo a Firenze e quelle 600 e passa preferenze ottenute non ebbero mai alcun peso. Leporatti non la prese bene: «Ovviamente la mia partecipazione nella politica finisce qui - scrisse - Non sarò quindi più disponibile a mettere la mia faccia per nessuno e non perché non abbia conseguito una candidatura al parlamento, ma perché quanto accaduto mi ha gravemente frustrato nell'idea che potesse esistere un progetto politico di sinistra lontano da giochi di potere».
Da quel giorno fu solo e soltanto Avvocatura.
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