Il Tirreno

Grosseto

«Corsi per agricoltori, inutile balzello»

«Corsi per agricoltori, inutile balzello»

Il comitato Beni comuni di Manciano insorge contro l’obbligo delle lezioni per il patentino

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GROSSETO. Con l’entrata in vigore del Piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (Pan) si è aperta in agricoltura una nuova stagione di corsi di formazione obbligatori e onerosi. Dallo scorso 26 novembre chi vuole acquistare e impiegare pesticidi, fertilizzanti e altri prodotti fitosanitari classificati come molto tossici, tossici e nocivi, deve avere il patentino. Tutte le associazioni di categoria organizzano corsi che vanno da 120 a 150 euro.

Il comitato Beni comuni di Manciano trova però questo obbligo sbagliato e vessatorio.

«Ancora una volta si manifesta la sfiducia che la classe politica e legislativa nutre nei confronti dei cittadini italiani», spiega Andrea Marciani, portavoce del comitato.

«Mentre in quasi tutte le case irrompe la rete, col suo enorme potenziale di autoformazione permanente – prosegue – agli agricoltori toscani, per mandare a memoria una modestissima serie di regole che troverebbero spazio in un libretto di poche pagine, viene imposta, per il conseguimento di un patentino per l’uso dei fitofarmaci, la frequenza di corsi di formazione di 20 ore del costo medio di 120 euro, più 32 euro di marche da bollo, per la stampa del documento, ad abilitazione conseguita».

La prima perplessità dei Beni comuni è: «Come mai non viene offerta loro la possibilità di presentarsi agli esami da privatisti? Magari verificandone la preparazione con un vero esame, invece di stupidi quiz a risposte multiple, e previa la stampa e la distribuzione di un libretto contenente il succinto programma di studio?». La risposta, per il comitato, è scontata. «Dipende – dice Marciani – dall’azione di lobbing delle associazioni dei tecnici e dei patronati agricoli, che organizzano i corsi e sopravvivono, soprattutto in questo periodo di crisi, con quello che riescono a “mungere” da una delle ultime realtà produttive, ancora in esercizio nel paese. La politica ascolta solo i portatori di interesse organizzati e gli agricoltori per questo, fin dal secondo dopoguerra, si sono riuniti in sindacati e associazioni di categorie».

Il secondo pensiero è per le associazioni di categoria che, prosegue Marciani, «negli anni si sono consolidate in strutture sempre più pesanti e gerarchizzate che, nella necessità di autosostenersi, hanno perso di vista le istanze della categoria rappresentata e focalizzato la loro azione sull’impellenza di pagare gli stipendi ai dirigenti e al personale».

La principale preoccupazione è per le aziende agricole che, dice Marciani, «sono assai male in arnese e non riusciranno a reggere ancora a lungo questo stato di cose. Tartassati e braccati da una muta di ispettori armati di letali ammende a tre o quattro zeri, gli agricoltori, tra registri da mantenere, corsi da frequentare, attrezzature da tenere al passo con un legislatore che non la smette di cambiare le carte in tavola, quasi non riescono più a dormire o a trovare il tempo di salire sul trattore».

Per Marciani, «non è moltiplicando le incombenze, in maniera rigida e pretestuosa, che si porterà l’agricoltura fuori dalla crisi. Al contrario, l’effetto che sempre più spesso si riscontra, specie tra quei giovani che si accostano oggi a questa nobile arte, è di uno sprofondamento nel sommerso, nella clandestinità».

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