Gioco
Dall’Amiata pro fusione solo Galli firma la carta
ROCCALBEGNA. L’Amiata fa spallucce davanti al manifesto del no alla fusione lanciato da 8.000 sindaci che ricaccia e rintuzza l’ansia di fusione regionale. Con un’eccezione, però. Il sindaco...
ROCCALBEGNA. L’Amiata fa spallucce davanti al manifesto del no alla fusione lanciato da 8.000 sindaci che ricaccia e rintuzza l’ansia di fusione regionale. Con un’eccezione, però. Il sindaco Roccalbegna, Massimo Galli, alla fusione non ci crede e lui quel manifesto lo ha firmato.
«Il Comune è l’elemento centrale di una solida tradizione civica italiana che dal Medioevo giunge fino alla Costituzione repubblicana – dice Galli – Comune livello primario della democrazia. Soprattutto nei piccoli comuni, il municipio e il sindaco sono un punto di riferimento insostituibile per i cittadini».
Il sindaco del piccolo comune sulle pendici dell’ex vulcano, insomma, a differenza di molti colleghi amiatini prende una posizione chiarissima: no alle fusioni, difesa del proprio comune. E partecipa al moto di orgoglio di 8.000 sindaci dei piccoli comuni che hanno detto no al “pallino” della Regione Toscana di far fondere le piccole municipalità. Per i sindaci, i piccoli comuni sono simboli veri e tessuto insostituibile e variegato della peculiarità toscana, che è, appunto, quella di puntare sul “piccolo è bello”.
«Ci vogliono far chiudere bottega – commenta Galli – invece dovrebbero aiutare i piccoli comuni a erogare servizi, quelli che su vasta area non sono riproducibili con la stessa efficacia. C’è un progressivo allontanamento dei cittadini dai luoghi decisionali e con le fusioni questo vuoto si allargherà sempre di più. Un attacco alle identità comunali condotto su un approccio contabile-amministrativo. E invece non sono i piccoli comuni a mandare in tilt le casse regionali. Sono ben altri i centri di spesa».
In Italia ci sono 8.000 comuni, «un’inezia a confronto della Francia – dice Galli per citare un esempio – stato centralizzatore per eccellenza, dove ve ne sono 36.000. La razionalizzazione deve riguardare i servizi e non la rappresentanza politica. Le fusioni devono essere portate avanti solo dove vi siano marginalità lampanti e dove le popolazioni lo chiedano con forza. Non dove c’è molto forte un senso di comunità e di appartenenza».
Questa la posizione del sindaco di Roccalbegna a cui si contrappongono, invece, i fusionisti a tutti i costi.
Giovanni Barbagli, capogruppo della lista civica di opposizione A/gente comune, da Cinigiano, dove ha aperto una battaglia per staccare Monticello da Cinigiano e aggregarlo a Arcidosso, condivide lo slogan della manifestazione di Volterra: «Non vogliamo la fusione dall’alto, non vogliamo l’obbligo della fusione». Ma ha qualche riserva. «Nemmeno a noi piace la proposta di legge di alcuni deputati del Pd depositata alla Camera – dice Barbagli – perché impone un obbligo anziché una scelta condivisa dai cittadini e delle istituzioni. Anche la legge Regionale sulle fusioni prevede che alla fine del 2016 chi non ha deciso la fusione tra i comuni sotto i 5.000 abitanti sia obbligato a farla con una decisione dall’alto. Nel settore delle istituzioni locali oltre la difesa del campanile, qualche volta sembra anche della poltrona, occorre mirare a modelli funzionali, efficaci, capaci insomma di far ripartire investimenti opere pubbliche, servizi ai cittadini e alle imprese. Mettiamo il cuore oltre l’ostacolo e, senza perdere le identità le radici e i valori, evitiamo annessioni, ma allo stesso tempo poniamoci l’obiettivo di fare rete e accompagnare il processo di fusione senza forzature e con la massima condivisione degli abitanti».
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