Toscana
Più voucher nel turismo che nel lavoro agricolo
Grosseto, nel 2015 venduti 130.000 buoni Inps per pagare chi è impiegato nell’accoglienza L’allarme di Renzetti (Cgil): «Quella è tutta occupazione precaria e senza tutele»
GROSSETO. Nel settore turistico maremmano nel 2015 sono stati venduti più di 130.000 voucher; e in agricoltura ne sono stati impiegati 11.652. E meno male che erano stati escogitati per regolarizzare i braccianti al nero delle campagne: i voucher – pardon, buoni lavoro – sono utilizzati più in riva al mare che in collina. Significa che anziché assumere un cameriere, una receptionist o un portiere d’albergo con un contratto da lavoratore subordinato (pur a termine) si decide di pagarlo a voucher. Cgil suona l’allarme con i dati alla mano.
Nel 2015 i voucher acquistati in Toscana per pagare personale avventizio sono stati quasi 8 milioni: di questi, 569.718 sono stati ritirati dai datori di lavoro in provincia di Grosseto, dettaglia Cgil.
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«Proprio in queste settimane – dice il segretario provinciale della Cgil, Claudio Renzetti – in una realtà a fortissima vocazione turistica come la nostra si stanno chiudendo gli accordi fra aziende e lavoratori stagionali, la cui incidenza sul totale della forza lavoro provinciale è di alcune decine di migliaia di persone».
«Con l’esplosione dei voucher che hanno superato il mezzo milione di ore, quasi raddoppiati sul 2014, questi lavoratori già precari per definizione in quanto impiegati in attività stagionali – continua il segretario di Cgil – stanno subendo un ulteriore processo di precarizzazione. Non sono neppure più assunti con contratti a tempo determinato, infatti, con il trionfo dei voucher non avranno neanche accesso alla Naspi per il periodo invernale. Un fenomeno speculare, peraltro, a quel che sta avvenendo anche in agricoltura. Ma a ben guardare non solo lì».
Cgil ha preso in esame i dati forniti dall’Inps sul ricorso ai voucher; al primo posto c’è il terziario con 92.385 buoni lavoro nel commercio, 130.165 nel turismo e 48.271 nei servizi. A fronte di questi dati ci sono quelli dei settori che avrebbero dovuto essere protagonisti del ricorso al voucher – come giardinaggio, lavoro domestico e attività sportive – che invece coprono meno del 15% dei buoni venduti, con l’agricoltura a meno del 5%.
Il dato più significativo – secondo Cgil – però, riguarda i buoni lavoro che l’Inps non riesce a classificare: sono ben 237.389 voucher e sono pari al 41,66% del totale. Il sindacato ritiene che solo in parte minoritaria siano da riferire al settore manifatturiero, mentre gli altri sono da ridistribuire proporzionalmente tra i settori già elencati.
Da questo quadro d’insieme la Cgil trae conclusioni poco esaltanti.
«In una provincia nella quale gli occupati totali sono meno dei disoccupati, e dove mancano più di 10.000 posti di lavoro per stare nella media regionale del tasso di disoccupazione – si legge in una nota del sindacato – stiamo assistendo passivamente allo scivolamento di un’altra fetta importante di lavoratori nell’area dell’occupazione iper precarizzata e a bassissima soglia di tutela previdenziale».
«Si tratta di un processo che dequalificha ulteriormente il lavoro – dice Renzetti – e produce una progressiva espulsione di lavoratori con buone competenze dal mercato , sostituiti da disperati disponibili a fare qualunque cosa a qualunque prezzo. E in definitiva a una perdita di potere d'acquisto per molti, e la parallela concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi».
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