Il Tirreno

Grosseto

«Il voto dei cattolici per governare uniti»

di Enrico Pizzi
«Il voto dei cattolici per governare uniti»

La corsa al Comune del candidato del centrosinistra Mascagni

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GROSSETO. Dare gambe alla speranza che si è manifestata anche nella grande partecipazione alle primarie. Lorenzo Mascagni da poche ore è candidato sindaco della coalizione Noi per Grosseto e pensa ai prossimi mesi di campagna elettorale e alla necessità di dare una risposta alle migliaia di persone che hanno scommesso su di lui e sul centrosinistra.

Si aspettava un risultato di questo genere?

«Credo che la prima considerazione da fare sia nei confronti di questi 6.600 cittadini che hanno votato, perché nonostante la politica sia spesso screditata, ha vinto la partecipazione, hanno vinto questi cittadini che si sono recati alle urne per scegliere il loro candidato sindaco. Ci sono molti modi per selezionare la classe dirigente, tutti legittimi, ma mentre il centrodestra si è riunito attorno a un tavolo e ha scelto il proprio candidato, mentre il Movimento 5 Stelle lo ha fatto mediante una procedura informatica, con qualche decina di cittadini, noi abbiamo chiesto ai cittadini di venire, in carne e ossa, ed esprimere la preferenza per il profilo personale che si riteneva più adeguato per la guida della nostra città».

È più contento o più preoccupato?

«Ambedue. Sono contento e orgoglioso di essere stato indicato dai cittadini come il candidato sindaco del centrosinistra, ma sono anche preoccupato perché ci aspettano tre mesi di lavoro duro, ci sono molte persone che hanno investito su questa scommessa e abbiamo il dovere di dare gambe a questa speranza».

La sua è stata definita una candidatura della nomenclatura: alla luce dei risultati la nomenclatura paga ancora? «Io credo di essere il candidato del nostro popolo, perché alla fine quasi 3.600 cittadini, elettori, hanno deciso di chiedere a me di essere il candidato del centrosinistra e credo che questo fatto oggettivo, di popolo, superi ogni etichettatura giornalistica».

Un grande risultato per Mascagni, ma anche per Borghi che, correndo sostanzialmente da solo, ha sfiorato i tremila voti.

«La mia è stata una vittoria netta, ma certamente va riconosciuto a Paolo un grande successo. Tremila voti sono un patrimonio importante, significano che Paolo è radicato nel territorio, che ha un consenso suo e del suo gruppo - perché nemmeno lui era da solo, aveva con sé tanti dirigenti - e va riconosciuto che anche grazie a lui le primarie non sono state di facciata, ma vere».

Quanto ha inciso il voto cattolico?

«Credo che abbia inciso. Io non ho mai fatto mistero della mia provenienza, né l’ho mai sbandierata, ma quel voto, se è stato diretto a me, è un voto espresso da persone che conoscono bene la laicità della politica, come io l'ho sempre conosciuta e praticata, pur avendo una visione delle cose e del mondo che credo debba essere riconosciuta come a tutti i cittadini. Del resto i cattolici fanno parte della vita del Paese e quando partecipano alla vita del Paese, laicamente, hanno pari titolo degli altri». Lei ha vinto in alcune roccaforti di Borghi. È proprio lì che forse il voto cattolico ha pesato?

«Non saprei. Io ho sempre sostenuto, sin dall’inizio, che c’era bisogno di capacità di unire, perché chi ambisce a governare una città deve avere la capacità di unire. Io spero, credo, di avere avuto questa capacità di unire le varie componenti della nostra società, perché la città. Ho avvertito di avere coagulato attorno a me mondi diversi, tra cui ovviamente anche il mondo cattolico».

Chi teme di più tra i candidati degli altri schieramenti?

«Conosco meno Carlo Vivarelli, mentre Gori e Vivarelli Colonna più che temerli li riconosco entrambi come validi candidati. Sarà una gran bella sfida, impegnativa per tutti, ma sono convinto che se noi manterremo la capacità di unire, di mettere insieme anche pezzi diversi della società, attorno a un progetto condiviso, potremo vincere. Ma richiederà l'impegno di tutti e soprattutto richiederà la capacità della nostra classe politica di fare quel processo di rivoluzione interiore che ci chiede di mettersi in ascolto delle esigenze della città».

Lei parla spesso di “noi”, di una politica coniugata al plurale. Ma il sindaco ha delle responsabilità.

«L’uomo solo al comando stimola alla delega, invece noi dobbiamo stimolare nella nostra comunità la voglia di partecipare. Nel centrosinistra il candidato sindaco non sarà un uomo solo al comando ma una persona che cercherà di stimolare la partecipazione e il protagonismo dei cittadini. Poi, certamente, chi si candida a sindaco avrà le sue responsabilità e io non mi sottrarrò ai miei compiti, ma mi piace sottolineare che la politica si declina al plurale: noi e non io».

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