Sicurezza
Chi divide, chi s'è visto poco. Da lunedì 7 marzo si riapre la partita
GROSSETO. «Tu non sei stato capace di unire», dice Mascagni a Borghi. «Tu in consiglio comunale sei stato poco incisivo», dice Borghi a Mascagni.
Ai due candidati bisogna tirarglielo fuori con le tenaglie, il difetto dell’avversario. Ma alla fine entrambi, sia pure evidentemente imbarazzati, si prestano al gioco. Ed entrambi, magari inconsciamente, rispondendo spiegano con inedita limpidezza le ragioni per le quali il Partito democratico (e col Pd l’intero centrosinistra) si trova a un passo da elezioni primarie dall’esito tutt’altro che scontato e capaci di solcare divisioni profonde sulla cui possibile ricucitura dopo il 6 marzo ancora oggi si nutrono forti dubbi.
Proprio così. Perché un fatto è stato chiaramente ribadito dal faccia a faccia di ieri sera: dal punto di vista programmatico le differenze tra i due candidati sono tutt’altro che insormontabili, o almeno non abbastanza da impedire quella che poteva essere una sintesi a priori su un candidato unico.
E allora ecco il fatto numero uno: Paolo Borghi, nonostante la sua corsa annunciata sin dal 2012, oggi non è il candidato unico del Pd non tanto perché abbia idee incompatibili con quelle del partito, quanto per incompatibilità personali con una serie di donne e uomini che del partito sono fetta sostanziale. Insomma, perché “non unisce”. Al punto che proprio questi uomini e queste donne – in gran parte ai vertici del Pd – hanno deciso di mettergli in campo un avversario, trovandolo infine in Lorenzo Mascagni. E qui il paradosso che offre la seconda spiegazione al presente: benché sostenuto dagli stati maggiori locali del partito, Mascagni non ha la vittoria garantita proprio perché con dieci anni da consigliere “poco visibile” gli manca quella notorietà che assicura il bingo.
Per queste due debolezze oggi il Pd è costretto a guardare con tanta incertezza il risultato del 6 marzo e con molti timori le sue conseguenze. Due debolezze non fanno una forza, neppure nel mondo dei sogni. Ma, dice Lorenzo giocando stavolta al “gioco dei pregi”, «di Paolo invidio la capacità di raccogliere voti»; «e a me di Lorenzo», gli fa eco l’altro, «piace la modestia». Il che vuol dire che magari, mettendo insieme “visibilità” e “modestia” il centrosinistra a giugno potrebbe anche provare a vincere. Ma sarà davvero possibile rimettere insieme i cocci dopo queste primarie così tirate? Borghi e Mascagni ieri hanno giurato di sì. Se ne riparla da lunedì.
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