Sicurezza
«Mabro, noi lo avevamo detto subito»
Le lavoratrici rivendicano di aver segnalato quello che non andava in azienda. I sindacati: «La Prodi bis mossa vincente»
GROSSETO. È stato un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto sulla fabbrica di via Senese e sulla testa di tutti i lavoratori che stanno aspettando di sapere quale sarà il futuro della Mabro. Ma l’indagine fatta dalla Procura di Grosseto, che ad agosto aveva inviato gli avvisi di garanzia ai sette ex amministratori dell’azienda per il reato di bancarotta fraudolenta non ha stupito nemmeno troppo le vestaglie azzurre. Soprattutto quello zoccolo duro che sono state le rappresentanti dei lavoratori e che da sempre hanno cercato di scoprire le magagne delle varie società che si sono succedute alla guida della fabbrica. Una di queste è Nadia Perino. «Ne eravamo straconvinte - dice - non ci voleva la palla di cristallo per capire quello che succedeva alla Mabro, basti pensare al magazzino gonfiato. Noi eravamo lì ogni giorno, lavoravamo lì e sapevamo bene qual era il valore della nostra produzione. Tutti avevano tutto sotto gli occhi, ma nessuno ha mai voluto parlare». È una soddisfazione amara quella espressa dalla pasionaria della fabbrica. «Tutto questo ci è costato molto - dice - ma le responsabilità maggiori restano comunque di chi ha sostenuto queste amministrazioni, di chi ha lasciato fare loro quello che sembrano aver fatto». È vero, ci vorrà un processo ora per stabilire se quello che la Procura ha ipotizzato stia proprio in quei termini. I lavoratori ne sono convinti. «C’è anche chi si era interessato per farci assumere da una ditta di pulizie - aggiunge la lavoratrice - e sembrava che l’azienda dovesse fallire per coprire tutto quello che c’era dietro. Ora però dobbiamo guardare avanti con la speranza che qualcuno di serio si presenti davvero e che ci dia la possibilità di tornare a lavorare».
Il 15 è fissato al ministero l’incontro con il commissario Paolo Coscione. I lavoratori e i sindacati sperano che non sia soltanto un invito per un caffè, ma che in quella stanza dove viene deciso il futuro della fabbrica ci sia l’imprenditore disposto a investire nell’azienda che è ora in regime di Prodi bis. «Bisogna dare atto alle lavoratrici che hanno presentato la richiesta di stato d’insolvenza al tribunale - dicono Furio Santini (Cgil), Fabio della Spora (Cisl) e Roberto Franceschetti (Uil) - che hanno avuto ragione. Eravamo scettici all’inizio, ma grazie a quel passaggio fondamentale ora siamo arrivati a questo».
Le divisioni tra le appartenenze sindacali sembrano essere superate, ormai. C’è da pensare al futuro. «C’era contrapposizione tra i lavoratori - dice Roberto Franceschetti - ed è vero che le nostre donne nel periodo delle barricate sono entrare al lavoro. Ma lo hanno fatto in buona fede. Ora è il momento di guardare avanti e di riconoscere che chi si era impuntato per ottenere la Prodi bis ha avuto ragione». Un ragionamento condiviso anche da Furio Santini, segretario dei tessili della Cgil. «Gli indagati sono quelli accusati di commettere un reato - dice - ma in questa vicenda ci sono anche persone che hanno responsabilità diverse: persone che non hanno controllato, che non hanno dimostrato attenzioni nonostante le nostre pressioni. Le nostre lavoratrici erano sempre e solo considerate come quelle che andavano a fare le rivolte e basta». Eppure, di segnalazioni ne erano state fatte tante. «Ricordo quando l’assessore regionale Simoncini ci disse che se c’era qualcosa che non andava dovevamo rivolgerci alla Procura - aggiunge - quello che è successo ora con il fine indagine ci dà ragione, almeno su questo punto». Responsabilità politiche, come quelle della Regione che di Royal Tuscany Fashion Group è stata anche socia attraverso Fiditoscana. E Royal Tuscany, così come l’Abbigliamento Grosseto dell’era Favilli e Benassi, sono finite nell’inchiesta del sostituto procuratore Alessandro Leopizzi che il 15 febbraio ha depositato il fine indagine per bancarotta fraudolenta nei confronti di sette amministratori.
«Avevamo capito che era finita già all’epoca di Favilli, Benassi e Bosco - aggiunge Santini - ma l’azienda non è fallita e quelli che sono venuti dopo sono stati attratti soltanto dall’appetito dei finanziamenti pubblici». Se fosse stato giusto staccare la spina 8 anni fa oppure andare avanti, è impossibile dirlo oggi. «Eravamo scettici sulla Prodi bis - dice Fabio della Spora (Cisl) - ma con il senno di poi dobbiamo dare atto che quella è stata la scelta giusta. Ora non possiamo fare altro che affidarci alle scelte del commissario e sperare che ci siano imprenditori davvero interessati a far riprendere la produzione. Oltre a rinnovare la nostra piena fiducia nella giustizia per l’inchiesta».
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