Il Tirreno

Grosseto

La moglie tradita caccia Mora

di GABRIELE BALDANZI
La moglie tradita caccia Mora

Torna Eva e la love story dei falchi si trasforma in un intrigo da cronaca rosa

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di GABRIELE BALDANZI

Solo qualche giorno fa abbiamo raccontato su queste colonne la love story tra Primo (il falco pescatore nato in Maremma nel 2011) e Mora, una femmina corsa di tre anni. Abbiamo descritto il loro nido d’amore e auspicato la nascita, a primavera, di pulli sani e forti.

In realtà non sapevamo che quella era, a tutti gli effetti, una coppia clandestina, che da ieri – colpo di scena – risulta sciolta.

Ciò che è accaduto è materiale da riviste rosa, anche se ha interessanti implicazioni scientifiche. Chiamiamolo aviogossip.

Tutto certificato da foto e filmati del “paparazzo” Vincenzo Rizzo Pinna, che in realtà è un eccellente faunista, un esperto che abbina a passione e competenze per quanto riguarda il mondo animale, la capacità di registrare e videomonitorare quanto accade in natura.

Le telecamere raccontano che mercoledì – forse avvertendo l’eco di cotanta pubblicità data alla coppia da giornali e web – si è ripresentata Eva, la titolare del nido centrale, cioè la “sposa” ufficiale di Primo, il falco femmina (anch’essa di origine corsa ma involata dal Parco della Maremma sei anni fa) che già nel 2014 e nel 2015 si era accoppiata nel padule della Diaccia Botrona con Primo.

«Credevamo – spiega Giampiero Sammuri, ornitologo, ideatore del progetto di ri-nidificazione del falco pescatore in Italia e presidente di Federparchi – che Eva avesse tradito, oppure fosse morta nel corso degli spostamenti invernali. Invece ci sbagliavamo». Ed è quello che deve aver pensato anche Primo, autoproclamatosi vedovo consolabile, alla ricerca, già da gennaio, di un’altra femmina da ospitare nel nido centrale in ristrutturazione, Mora appunto.

Ma Eva era solo un po’ in ritardo, dopo un inverno trascorso chissà dove. È arrivata a Castiglione della Pescaia mercoledì e ha beccato la nuova coppia in flagranza. Ne è nata una scaramuccia e da ieri Mora è stata costretta a trasferirsi in un altro appartamento, il nido (al momento) vuoto dell’Arginone. In attesa di qualche maschio di passaggio.

La padrona ha perdonato Primo e c’è da scommetterci che sarà ancora lei adesso a nidificare, per il terzo anno consecutivo, nella piattaforma “storica”.

Abbiamo chiesto al dottor Andrea Sforzi – responsabile scientifico del progetto Falco pescatore e direttore del museo di storia naturale della Maremma – se c’è la possibilità che Primo riesca a tenere il piede in due staffe e magari assistere due diverse femmine nella nidificazione. La risposta è perentoria: «Quando il maschio esce per cercare cibo e poi rientra portando il pesce, la femmina cessa la cova per nutrirsi. A quel punto il maschio deve darle il cambio per tenere le uova al caldo. Ovviamente Primo non potrà farlo su due nidi diversi. O, almeno, è qualcosa di molto improbabile. In bibliografia si trovano casi di accoppiamenti extracoppia funzionali anche ad aumentare la diversità genetica della popolazione, ma se nel nido non sono presenti adulti dei due sessi, ben difficilmente le uova potranno arrivare alla schiusa».

Nel 2011, dopo 42 anni, una coppia . di falco pescatore aveva di nuovo nidificato sul suolo italiano. L’evento si era verificato, non a caso, vicino alla foce del fiume Ombrone, in un’area palustre. In base ai dati disponibili le uova di questo spettacolare rapace si erano schiuse per l’ultima volta in natura nel 1969, in nidi collocati sulle coste sarde e siciliane. In Toscana l’ultima nidificazione documentata era posta ancora più indietro nel tempo: nel 1929, all’isola di Montecristo. Riferimenti temporali che rendono l’idea dell’eccezionalità di certi eventi.

Ora le cose sono cambiate. Il re del padule della Diaccia Botrona – Primo – è uno dei pulcini nati nel 2011. Con meno di un centinaio di coppie riproduttive distribuite tra la Corsica, isole Baleari, Algeria e Marocco, la popolazione mediterranea di falco pescatore costituisce ancora un’entità vulnerabile. In Italia la scomparsa della specie si fa risalire tra gli anni ‘50 e ‘60.

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