Sicurezza
«Omicidio premeditato ma Bilella ha fatto errori»
La Procura ricostruisce gli elementi di prova e le ultime ore di Francesca Benetti e si appresta a chiedere la condanna anche per l’occultamento del cadavere
GROSSETO. Antonino Bilella è stato abile, ha premeditato l'omicidio, si è organizzato, ha preso il tempo che gli poteva servire. «Ma ha commesso degli errori». E su questi errori - e sulle altre "tessere" emerse nel corso del dibattimento, e soprattutto le tracce biologiche - la Procura ha articolato la parte iniziale della requisitoria nei confronti dell'agricoltore accusato dell'omicidio di Francesca Benetti, la proprietaria di Villa Adua dove Bilella lavorava.
Davanti ai giudici popolari e togati della Corte di assise ieri verso le 11 è iniziato l'ultimo atto del processo partito di fatto il 4 novembre 2013, l'ultimo giorno in cui la donna è stata vista in vita. «Non fu suicidio, non fu allontanamento volontario, non fu malore», esordisce il sostituto procuratore Salvatore Ferraro, che nella sua esposizione si è fatto accompagnare dalla proiezione di un centinaio di slide. Omicidio. E anche premeditato, sostiene l'accusa: «Bilella non ha dato spiegazioni valide, spesso ha mentito, spesso è entrato in contraddizione». E così via alla ricostruzione di quel giorno, degli spostamenti di Francesca, delle persone viste, delle cose fatte. «Bilella nei giorni precedenti aveva sollecitato più volte Benetti a venire alla villa. Bilella è molto bravo a inventarsi scuse per farla venire a Villa Adua», argomenta il pm. L'aggressione nella cucina-soggiorno dell'alloggio di lei: «o direttamente o dopo una discussione», una premeditazione condizionata, come la chiama il pm. Movente? «Le profferte amorose e le questioni relative alla conduzione della proprietà non sono in contrasto tra di loro. Una sorta di ricatto: se tu mi sposi, vedrai come ti tengo i terreni».
Ferraro ammette che è impossibile sapere come Francesca è stata aggredita, se a mani nude o con un'arma, se con un colpo o più, ma ammonisce che «non basta far sparire il cadavere per essere assolti». Si sofferma sulla perdita di sangue, «non accidentale», e sulla padronanza di Bilella nell'uso dei coltelli. Orari alla mano, conclude che alle 11.35 di quel 4 novembre - quando risponde a una telefonata - Bilella è «stralunato, prende tempo». Secondo il pm, dunque, l'omicidio è di quei minuti. Poi la pulizia dei luoghi, imprecisa. Poi il viaggio verso Follonica sull'auto di lei, fatta ritrovare dietro la stazione. Poi il ritorno a Potassa sulla propria auto, «appositamente portata lì il giorno prima». Poi l'occultamento del cadavere («e sapeva dove nasconderlo»), dopo averlo caricato sulla Punto dove sono state trovate le tracce del sangue di lei. «Ha commesso degli errori decisivi», a giudizio del pm, come anche il fatto che lui aveva chiuso manualmente e non con il telecomando la Corsa di Francesca, come invece lei faceva quasi maniacalmente. Arriva in aula il procuratore capo Raffaella Capasso, insieme al sostituto Maria Navarro, mentre è già presente l'altro sostituto Alessandro Leopizzi. Piccolo pubblico, formato anche da alcuni avvocati e praticanti, che si trattiene per periodi più o meno lunghi.
Testimonianze convergenti, aggiunge l'accusa, impossibile che tutti (anche l'amico Lido) si siano messi d'accordo in una congiura, come sostiene l'imputato. E poi il sangue: il sangue di lei a casa e nell'auto, il sangue di lui. La Procura insiste molto anche sul fatto che la consulenza del Ris sulle tracce di sangue non solo non sia stata oggetto di contestazioni ma anche che lo stesso specialista della difesa ne abbia riconosciuto la validità.
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