Il Tirreno

Grosseto

Sfregiato da un colpo col bicchiere

Sfregiato da un colpo col bicchiere

Pitigliano, parla in aula un ventunenne che ha accusato un compaesano

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PITIGLIANO. «Mi ha preso da dietro con una mano per la testa e mi ha fatto voltare. Con l'altra mano mi ha spaccato un bicchiere in faccia». Luca Romagnoli, 21 anni, porta ancora sul viso i segni dello sfregio: una lunga cicatrice che attraversa il naso e solca la pelle tra occhio e zigomo sinistro. «Prima non ce l'avevo, me lo ha fatto lui».

Lui è Angelo Cini, pitiglianese come lui, imputato per le lesioni che avrebbe provocato al compaesano, la sera del 5 maggio 2013, fuori da un locale in piazza. «Per il naso il dottore mi ha detto che non c'è niente da fare - dice Luca rispondendo alla domande dell'avvocato con il quale si è costituito parte civile - Per la cicatrice dovrei fare un intervento di chirurgia plastica».

Brutta storia, quella all'esame dei giudici del collegio (Puliatti presidente, Muscogiuri e Stramenga). Vecchie ruggini, sfociate malamente in quella che sarebbe dovuta essere solo una serata di divertimento. Luca era nel bar con amici, dopo aver mangiato una pizza in un altro locale. Rispondendo al sostituto procuratore Alessandro Leopizzi racconta che la scintilla sarebbe stata innescata dal fratello di Angelo, Matteo Cini (non imputato): «Mi ha preso a panciate e spallate. La proprietaria del locale ci ha invitato a uscire fuori». Lei ha detto niente? «Mi ha trattato male e io ho risposto: “c… vuoi?”». Aggiunge: «Con Angelo in serata non c'era stato nulla». Lei aveva bevuto? chiede l'avvocato Giuseppe Nicosia difensore di Cini: «Avrò bevuto tre birre. No, in piazza non avevo il bicchiere in mano». Si torna a parlare dei motivi e Romagnoli spiega: «Entrambi i fratelli hanno sempre tenuto un atteggiamento da bulli, anche nei confronti di altre persone». E sollecitato ulteriormente afferma che «Angelo perseguitava mia madre, è stato denunciato per stalking».

Cini ascolta e non dice nulla, nemmeno quando Luca aggiunge che l'imputato non si è mai scusato e che non ha mai fatto alcuna offerta di risarcimento. Il suo difensore però ha troppi dubbi. E dai testimoni di quella sera vuole sapere dinamica, posizioni, atteggiamenti. Vuole sapere chi c'era e chi non c'era, chi ha visto e chi non ha visto, chi ha separato e chi ha accompagnato, che tipo di bicchiere era quello del colpo (da birra). Il Tribunale acquisce numerose testimonianze scritte rese ai carabinieri: ma ad alcuni dei presenti quella sera il legale vuole porre domande. Così sfilano in aula gli amici di Luca, tutti ragazzi, ma anche la zia, che ricorda con la voce rotta di aver visto il viso pieno di sangue. «Ero svenuto dopo il colpo - aveva detto poco prima il nipote - Sono rimasto senza conoscenza per trenta secondi, un minuto. Chi c'era dopo, con precisione, non lo so: avevo gli occhi pieni di sangue. Poi mi hanno accompagnato a piedi in ospedale». Fu operato a un occhio per il distacco della retina. Ci furono dei punti di sutura.

Nelle parole dei testimoni ci sono anche dei «non ricordo» ma, anche se le linee guida sono chiare, Nicosia vuole sapere se qualche parola grossa è stata pronunciata anche da Romagnoli: e così viene fuori un «figlio di p…, ciccione» all'indirizzo di Matteo Cini. Questi non è stato ancora sentito: il Tribunale ha rinviato la sua audizione a novembre. (p.s.)

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