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Michi, beffato due volte dalle regole italiane

Michi, beffato due volte dalle regole italiane

PORTO SANTO STEFANO. Potrebbe essere definito “il martire” della marineria italiana. Il viareggino Michi Palma ne ha passate – e ne sta passando – di cotte e di crude e sta subendo sulla sua pelle,...

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PORTO SANTO STEFANO. Potrebbe essere definito “il martire” della marineria italiana. Il viareggino Michi Palma ne ha passate – e ne sta passando – di cotte e di crude e sta subendo sulla sua pelle, forse più di altri, tutte le modifiche apportate dalla legge italiana negli ultimi anni. Presente anche lui, come tanti altri suoi colleghi, alla protesta di Porto Santo Stefano, assieme all’associazione lavoratori marittimi della costa tirrenica di Viareggio.

«Il mio caso – racconta - è un esempio di cattiva applicazione della legge. Gli standard internazionali dell’Stcw chiedono 12 mesi di attività ai marittimi che hanno certificati Imo rinnovabili che valgono 5 anni. Io ho lavorato per un cantiere navale a Viareggio, e a metà del periodo di validità del mio certificato il cantiere mi ha licenziato, a causa della crisi. Il decreto legislativo italiano pretende 36 mesi di lavoro anziché 12, quindi tre volte i requisiti richiesti nel resto del mondo, ovvero nei circa 170 Paesi aderenti all’International Maritime Organization. Io ho maturato 30 mesi nel periodo di validità del certificato, ma nel frattempo è cambiata la legge. A febbraio del 2014 volevo dunque rinnovare ma la capitaneria di Viareggio non ha potuto farlo, dicendomi che non avevo raggiunto i requisiti sufficienti. In quel periodo di cinque anni di validità del certificato, inoltre, ho fatto anche 90 uscite come primo ufficiale, in più avevo sostituito un collega su uno yacht. Addirittura questa legge non prevede né proporzionalità né cumulo delle varie attività: in pratica va alla ricerca solo dell’attività più lunga che uno ha fatto. Se non raggiungi i requisiti non ti rinnovano il certificato oppure, addirittura, te lo declassano. Ma la storia sarebbe anche più lunga, perché ci sono normative precedenti che hanno cancellato i titoli professionali dei marittimi. Il problema – prosegue – è che, nel nostro caso, se non maturi i requisiti necessari all’interno dei cinque anni vai a casa e perdi il lavoro. Così è successo a me, non avendo più lo strumento per lavorare. Questo è illegittimo e incostituzionale, quindi ho fatto un ricorso al Consiglio di Stato e sto aspettando i risultati. Di certo manderò i documenti in Europa, perché con il Ministero non c’è verso di confrontarci. I dirigenti e i funzionari del Ministero dei Trasporti non ci ascoltano. E in un incontro a metà novembre alla Camera dei Deputati gli abbiamo detto in prima persona quello che pesniamo di loro. Questo fa rabbia perché è gente pagata da noi. Aspetto dunque l’esito di questa faccenda – conclude Palma – ma ho paura che verrà insabbiata perché il mio ricorso, se dovessi vincere, innescherebbe un discorso di risarcimento generale sicuramente ingente». (a.c.)

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