Sicurezza
«Mi minacciano, ma non l’ho uccisa»
Scritte sulla porta di casa e lettere: ecco la verità di Giuseppe Di Gioia, arrestato per l’omicidio della madre
GROSSETO. «Vigliacco/a». Una parola sola, declinata al maschile e a femminile. Un cartello appeso sulla porta da tre giorni, dopo che per settimane nella sua cassetta della posta ha trovato lettere con minacce e scritte fatte a pennarello sul portone della cantina. «Le parole si cancellano, i fatti no. Vattene da qua», l’invito non troppo garbato che qualcuno ha rivolto a Giuseppe Di Gioia, il quarantottenne accusato di aver ucciso sua madre, Donata Muccio, 85 anni, il 24 ottobre scorso.
Ora Giuseppe è tornato libero, è uscito dal carcere ed è stato accolto a casa da sua moglie Roberta e da sua figlia, che ha appena 15 anni. Aveva paura per lei, soprattutto. C’erano quelle scritte sul cancello, c’erano le lettere. E per questo, la prima volta che il giudice ha deciso la scarcerazione, richiesta dalla Procura, ha deciso di tornare un’altra volta in galera. Per proteggere sua figlia e la sua famiglia.
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Ora Giuseppe Di Gioia deve pensare a ricostruire la sua vita, deve trovare un altro lavoro, dopo essere stato licenziato. E soprattutto, vuole lavare via quello che è stato detto e scritto su quello che è stato il primo giallo degli ultimi mesi in Maremma, quando sua madre, Donata Muccio, è stata trovata morta sul pavimento della cucina. «I debiti di gioco non c’entrano nulla - racconta l’uomo - perché non ne ho mai avuti». Gli investigatori che hanno passato al setaccio il suo conto corrente, non avrebbero trovato niente. Eppure, per la Procura, il movente dell’omicidio di via Sauro, sarebbero stati proprio i soldi che Di Gioia si sarebbe giocato. «No, quel sabato ero andato a mangiare da mia madre perché mi doveva dare un bottiglione d’olio - dice - e perché mi aveva chiesto di darle una mano a buttare via alcuni oggetti che aveva in casa».
Durante il pranzo, madre e figlio avevano discusso. «Capitava di litigare - racconta - ma come spesso succede tra madre e figlio. Quel sabato poi avevamo discusso di alcuni problemi familiari che nulla avevano a che fare con me e con il gioco. E non avevamo nemmeno alzato la voce».
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Una volta finito di pranzare, Di Gioia si è alzato per andare via. Doveva accompagnare sua figlia a Porto Santo Stefano. «Mamma si è alzata - ricorda - l’ho vista diventare rossa in volto, sbattere contro il muro della cucina e cadere per terra. Ho avuto paura e da lì ho fatto una serie di cose, preso dal panico, che oggi non farei. Ho avuto paura di quello che mio fratello e mia sorella avrebbero pensato. Di cosa mi avrebbero detto».
Giuseppe voleva bene a Donata. Ma quando ha visto la sua anziana madre per terra, immobile, che non respirava ha avuto paura e prima di uscire dall’appartamento lo ha messo a soqquadro, per simulare un furto. «È stato un comportamento irrazionale, me ne rendo conto», aggiunge.
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Mentre nell’appartamento succedeva tutto questo, sua sorella Maria lo stava chiamando al cellulare. Donata non rispondeva al telefono e lei sapeva che suo fratello era a pranzo in via Sauro. «Ho aspettato che arrivasse - dice - e una volta rientrati in casa ho chiamato il 118 e ho chiesto l’intervento dei sanitari spiegando che mamma si era sentita male». Giuseppe non credeva che Donata fosse già morta. Fino all’ultimo ha sperato di salvarle la vita. «Poi c’è stato il carcere - dice - e devo essere sincero: bisogna che ringrazi sia gli psicologi che mi hanno seguito che gli uomini della polizia penitenziaria. Quando è arrivato il risultato dell’autopsia fatta sul corpo di mamma, hanno cambiato atteggiamento con me. Sapevano che non l’avevo toccata, che nemmeno l’avevo sfiorata».
La prima cosa che Di Gioia ha fatto uscito dal carcere, è stato andare a trovare sua madre al cimitero di Sterpeto. «Ho camminato fino al cimitero - dice - poi sono andato da lì fino all’ospedale, sempre a piedi. In carcere mi è venuto anche il diabete e stavo male». Poi, l’arrivo a casa e gli occhi di sua figlia che non riuscivano ad accettarlo. «È stata la cosa più difficile questa - dice - perché non volevo essere un peso per mia figlia. Avevo paura anche di quello che le avrebbero potuto dire i suoi compagni di scuola, temevo di metterla in difficoltà. Invece i suoi compagni di classe e i suoi amici, le sono stati vicini e non le hanno fatto pesare tutta questa situazione. Mi sono dovuto ricredere sui giovani e devo ringraziare anche loro».
Giuseppe Di Gioia ora sta cercando un lavoro. È stato licenziato subito dopo l’arresto, faceva il giardiniere all’azienda vinicola Monte Verro. «Ogni volta che mi presento a qualcuno spiego quale sia la mia situazione - dice l’uomo, difeso dagli avvocati Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo - perché non voglio che venga scoperto in seguito. È giusto che se qualcuno decidesse di assumermi sappia quello che dovrò affrontare». Un processo, senza dubbio. L’accusa formulata dalla Procura è quella di omicidio volontario aggravato. Quella che racconta Di Gioia, invece, è una storia diversa. Quella di una paura irrazionale che gli ha fatto commettere una serie di sbagli.
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