Il Tirreno

Grosseto

«Contro Paolo la nomenklatura»

di Emilio Guariglia
«Contro Paolo la nomenklatura»

L’assessore Ceccarelli attacca: «Ora è chiaro chi vuole continuità col passato»

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GROSSETO. Esaurita la pausa di riflessione domenicale nel Pd torna la voglia di parlare sulla spinosa questione del candidato sindaco. Parla Lorenzo Mascagni, che annuncia la sua discesa in campo, ma parlano anche quelli che alle primarie sosterranno Paolo Borghi, in particolare per dire la loro sulla “prova di forza” messa in campo da un bel po’ di big del partito (Marras, Bonifazi, Valentini e via dicendo) che sabato sera hanno inviato ai media un appello pro Mascagni corredato da 131 firme di iscritti.

Il primo a voler intervenire dal fronte borghiano è Luca Ceccarelli, l’unico assessore in quota dem dell’attuale giunta che non ha scaricato il vicesindaco. Anzi, Ceccarelli si incarica di lanciare la sfida di “quelli per Borghi”, delineando quello dei 131 come un autogol, la mossa che rinsalda le file sul fronte opposto.

«Noi – esordisce Ceccarelli – si partiva dal presupposto che Paolo Borghi non andava bene in quanto, dicevano alcuni degli attuali dirigenti del partito, non avrebbe incarnato il necessario segnale di discontinuità col passato. Poi vai a vedere per bene le firme dei 131 e ci ritrovi Loriano Valentini, Giancarlo Tei, Alfonso Brogi... La massima continuità con il passato e con le vecchie nomenklature. Per di più tutti a sostegno di un candidato non certo “nuovo”, visto che Mascagni è da dieci anni in consiglio comunale. Oggi quindi il paradosso è questo: Borghi da rappresentante della continuità, e quindi sgradito, diventa invece oggetto di una conventio ad excludendum da parte della nomenklatura. Una sorta di “rottamatore”, da tenere alla larga perché potrebbe portare a un rinnovamento reale delle persone e dei metodi, che evidentemente la nomenklatura non vuole. Il risultato che hanno ottenuto è questo: gravare il candidato che secondo loro deve rappresentare la discontinuità di una zavorra, l’ombra lunga di personaggi che rappresentano un metodo vecchio di fare politica. E dall’altra parte loro stessi accreditano l’immagine di Borghi come uomo slegato da queste logiche e dunque unico in grado di proporre una visione diversa di futuro per la città».

Ma a favore di Mascagni si sono espressi quasi tutti i big del partito, quelli nei posti chiave, autorevoli ed esperti. Non vi sfiora l’idea che abbiano ragione loro? E non temete di andare allo scontro frontale con questa corazzata?

«No, anzi. L’idea di dare un evidente segnale di rinnovamento, a partire dalle persone, è forse il motore più forte e straordinario che abbiamo. E poi molti di questi “big” rappresentano solo se stessi. Tanto è vero che Borghi ha potuto presentare, senza nessuna fatica 35 firme di membri dell’Unione comunale. Avendo peraltro la delicatezza di non coinvolgere i propri familiari né gli amministratori».

Anche lei allora fa la conta

«No. È solo per precisare come nell’Unione comunale, sovrana come tutte le assemblee, il consenso per Paolo Borghi è evidentissimo e maggioritario. Quindi anche questa storia che “il partito è con Mascagni”, è tutt’altro che vera. È vero invece che con Mascagni c’è la nomenklatura, a partire dalla triade di cui sopra».

Ma perché Mascagni non lo vuole?

«Lorenzo ho avuto modo di conoscerlo e di apprezzarlo. Quello che serve a questa città è però una figura che abbia visione almeno da qui a dieci anni e che abbia anche dimostrato la capacità di intessere proficue relazioni con i livelli nazionali ed europei, che saranno strategici per lo sviluppo di Grosseto. In primis per una questione di risorse».

E secondo lei, Borghi ha queste capacità?

«Assolutamente sì. E l’ha dimostrato. Non solo per i solidi rapporti costruiti con il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli, con il quale ha affrontato ad esempio la questione dei balneari e ha potuto far rapportare direttamente con i funzionari europei molti imprenditori del territorio. Ma ha anche saputo portare a casa risultati importanti come l’acquisizione di preziosi beni del demanio dello Stato o il bando per la gestione dei fari, che avrà importantissime implicazioni turistiche. E tutto questo grazie al suo impegno e a rapporti che ha allacciato in prima persona. Questo è uno degli aspetti decisivi del profilo di chi dovrebbe guidare questa città».

E perché, secondo lei, una grossa fetta degli attuali vertici del partito non riconoscerebbe a Borghi queste doti?

«Perché questa nuova visione di città passa necessariamente per un profondo rinnovamento che parta dalle persone».

Vuole dire che se vince Borghi, quella che lei definisce “nomenklatura” va a casa?

«Questo va chiesto a Borghi. Ma credo sia la sua intenzione, e nemmeno troppo celata».

Ora che farete?

«Dalla nostra parte c’è la massima serenità. Condurremo un mese di campagna elettorale verso le primarie nella piena correttezza, coinvolgendo tutti coloro che hanno a cuore questo nuovo progetto di città».

Dunque niente guerre, di firme o peggio?

«No. Ci si muove dentro i regolamenti del partito senza cercare bracci di ferro, né interni né ad uso mediatico. Come ha detto Paolo Borghi quando ha presentato le firme, noi non stiamo qui a fare prove di forza. Ben vengano altre candidature che arricchiscono il percorso delle primarie. E che vinca il migliore».

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