Il Tirreno

Grosseto

La scelta felice del dottore

di Elisabetta Giorgi
La scelta felice del dottore

Diego Olivari: dal 118 di Grosseto alla guida di un megaprogetto di ricerca

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GROSSETO. Dubai, la Manhattan del deserto, la metropoli che affascina coi suoi grattacieli ruotanti, i rigogliosi giardini e i colossali centri commerciali, stupisce ogni giorno con il suo Burj Khalifa, il grattacielo più alto del globo (830 metri per 163 piani), la Ski Dubai, la pista da sci al coperto e i due arcipelaghi di isole artificiali visibili anche dallo spazio. Qua si investe sul futuro: dalla ricerca medica alla cucina internazionale, dalla tecnologia più avanzata alle risorse umane, ha esercitato un richiamo formidabile anche su parecchi maremmani, ricercatori o liberi professionisti che mossi da uno spirito libero sono volati là: biglietto sola andata.

Diego Olivari, medico nato a Empoli e maremmano d’adozione, proprio dagli Emirati ha ricevuto un prestigioso incarico. E stanco e deluso dell’Italia l’ha afferrato al volo: è appena diventato direttore di un nuovo centro mondiale di ricerca in medicina subacquea a Dubai. Una storia partita da lontano, la sua. Da un viscerale amore per la subacquea.

Le origini. Nato a Empoli nel 1973 e cresciuto in un podere toscano tra Lamporecchio (Pistoia) e Vinci (Firenze), Olivari viene da una «classica famiglia contadina toscana», come la chiama lui, con solide radici sarde e pugliesi. «Ogni anno - racconta - passavo l’estate dai nonni materni a Santa Maria di Leuca». Da ragazzino frequenta il liceo classico a Pistoia; nel 1992 fa le selezioni per entrare in Accademia Militare a Firenze. Inizia a studiare medicina a Firenze ma sente il richiami sirenico del mare, fin da piccolissimo, e si appassiona alla fisiologia in immersione. Fa immersioni e comincia a calcolarsi le tabelle decompressive. Alla laurea nel 1999 arriva la prima destinazione operativa: 2° Reggimento Alpini di Cuneo. Dal mare ai monti «è un’esperienza unica e a sole due ore dalla Costa Azzurra. Così andavo a immergermi a Villefranche sur Mer». Durante la carriera militare la medicina subacquea resta un hobby, negli Alpini prima e nei carabinieri poi. Ma anche quando è in missione all’estero, dal Kosovo all’Iraq fino a Nassiriya, lui pensa sempre al mare che gli “scorre” in vena, sgorgando fuori un po’ alla volta.

La subacquea viene a galla. Mentre lui è ancora negli Alpini, l’Esercito apre una selezione per un corso di medicina subacquea e lui partecipa. «Vengo accettato ma il comandante di Reggimento («uno dei migliori avuti») mi convoca. “Tenente, io ti ho fatto fare tutti i corsi che mi hai chiesto, ma mi spieghi come lo giustifico un ufficiale medico degli Alpini specializzato in medicina subacquea?” Così niente medicina subacquea». Fin lì.

Medico. Nel 2009 lui si congeda. «Troppa politica e disparità nelle forze armate. Forse sono sempre stato un ingenuo ragazzotto di campagna ma ho sempre pensato che per andare avanti bastassero impegno e risultati. Mi metto in gioco come medico di Pronto Soccorso». Un anno in Veneto in due ospedali, poi Livorno, Piombino. Ma è difficile. «Contratti di tre mesi in tre mesi, senza assunzione, senza concorsi, con una carenza di organico incredibile». Lavora anche all’Elba e quando non è in turno è sempre sott’acqua. Inizia a frequentare il master di Medicina Subacquea e iperbarica al Sant’Anna di Pisa, e a fare i turni in camera iperbarica a Portoferraio. Passa al 118 di Grosseto (sempre contratti libero-professionali e in carenza di personale) mentre la passione viene sempre più a galla. «Lavorando nel pronto soccorso di Follonica frequento finalmente i Commercial Divers, i Corallari, i subacquei tecnici che, con il passaparola, mi cercano numerosi. Due i maestri che mi hanno ispirato nella medicina subacquea, il professor Marco Brauzzi (all’epoca direttore del Centro Iperbarico di Grosseto) e l’ammiraglio Fabio Faralli, proprio il medico militare che al Comsubin aveva organizzato il primo corso al quale non partecipai perché alpino». Incroci del destino.

Al via la ricerca. Dalla tesi per il master Olivari accelera il suo impegno sulle sue passioni. Si occupa di ricerca sulla fisiologia subacquea e sui cambiamenti nelle immersioni profonde, con diverse miscele di gas e diversi profili decompressivi. Avvia la collaborazione con la Maremma e la Dive System di Valpiana (azienda italiana di attrezzatura subacquea tecnica e di computer subacquei). Realizza con l’ingegner Attilio Piacente un nuovo algoritmo decompressivo basato sulla storia clinica del subacqueo, orma prossimo al lancio sul mercato. Grazie alla fiducia di Paolo Zazzeri crea il Medical Lab dove fa corsi di ricerca avanzata e fornisce ai subacquei consulenze e test personalizzati con apparecchiature mediche modificate. Intanto ancora immersioni. Turni, visite, tabelle decompressive, consulenze per l’estero. «E tanti problemi per portare avanti i progetti, tutti autofinanziati».

Brusii. Nella sua testa cresce un tormento interiore sempre più diffuso. Tanti i problemi legati al lavoro, alla precarietà dei contratti, alle difficoltà tutte italiane di sviluppare la ricerca. «Il 70% di quello che un libero professionista guadagna se ne va in tasse». Crescono pure le incomprensioni da parte dei colleghi. Sgradevoli pressioni, contestazioni fastidiose e incomprensibili.

Allora addio Italia. «Un giorno mentre sono a Londra vengo contattato per un nuovo gigantesco progetto a Dubai che comprende un centro di Ricerca in medicina subacquea. Parto a giugno 2015 per il colloquio, più curioso di vedere Dubai che fiducioso di ottenere il posto. Arrivo. Città incredibile, colloquio con persone molto professionali e riparto. Il tempo di sentire il caldo umido incredibile, di visitare il sito (cantiere quasi concluso) di proprietà del Principe Ereditario di Dubai e inizio a sperare. Si dimostra da subito un’occasione unica. Non sapendo niente dopo un mese spedisco una mail e la risposta è: “Beh, pensavamo fosse chiaro. Vogliamo te e i tuoi progetti di ricerca”. Proposta di contratto da firmare e biglietto sola andata per Dubai che mi viene spedito per mail. Avevo appena portato la mia moto da Follonica a Londra guidando tre giorni attraverso l’Europa. Tre giorni dopo riprendo l’aereo cambiando città e Stato per la terza volta in un anno».

Dubai la regina. Il maremmano d’adozione diventa così cittadino degli Emirati. «Dubai è la città più internazionale che io abbia mai visto. Nuova, viva, piena di tutto al massimo. Qua investono sul futuro nel vero senso della parola. Certamente non hanno problemi di fondi ma devo dire che li sanno anche utilizzare. Stando qui mi sono reso conto che in Italia è arrivata la conoscenza sbagliata della cultura islamica. La normalità non è l’estremismo. Grande rispetto per la vita, per le culture differenti, vogliono costruirsi un background scientifico medico che renda Dubai una delle future capitali del turismo sanitario. Tra centri sportivi, Mall (incredibili centri commerciali) e alberghi si può fare tutto a ogni ora del giorno e della notte (cinema in 4D, concerti, acquari, spettacoli, persino la famosa pista da sci). La prima cosa che mi ha colpito è stata la pulizia della città, la gentilezza disarmante ovunque e l’assoluta assenza di criminalità. Ho iniziato a frequentare persone di tutto il mondo (lo staff del progetto comprende esperti della Subacquea da tutta Europa e la Medicina Subacquea e l’Apnea sono rappresentati dall’Italia con Andrea Zuccari, Ilaria Bonin e me), e a stringere amicizie con persone del posto, andando a fare immersioni insieme sia nel Golfo Persico che nel Golfo di Oman».

Aspettative. Non ci sono limiti di budget per la ricerca. «Ogni progetto che propongo viene accettato e finanziato completamente. Finalmente ho uno stipendio notevole per continuare a seguire la mia passione, e non mi viene risucchiato per più della metà da uno Stato che - dice lui con amarezza - non offre niente in cambio, se non altre tasse. L’unico aspetto negativo, pesante, è che mio figlio vive a Roma e riesco a farlo venire qui solo durante le sue vacanze scolastiche. Mi manca, ma questo sacrificio lo vedo un’occasione per il suo futuro. Frequenta la scuola media, ma dopo vorrei che venisse qui a frequentare una high school internazionale. Mi tornano in mente le vendemmie nel podere dei miei genitori. Un anno in particolare, mio nonno era appena uscito dall’ospedale, quindi mio padre dirigeva la raccolta e io (dodicenne) dovevo essere il secondo uomo di casa, il che voleva dire prendere sulle spalle le bigonce da 35-40 chili di uva sulle spalle e portarle su per i filari fino al trattore. Mi sentivo grande e fiero. Ora sto cercando di creare ogni possibile occasione per mio figlio. Le vendemmie gliele racconterò, come gli racconterò di un’Italia che lui non ha mai visto, ma che non è quella di adesso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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