Il Tirreno

Grosseto

Cantava una litania mentre uccideva la madre con il veleno

di Francesca Gori
ll podere dove è stato ritrovato il corpo di Giuseppina Pierini. Nel riquadro la figlia Maria Grazia Guidoni
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ll podere dove è stato ritrovato il corpo di Giuseppina Pierini. Nel riquadro la figlia Maria Grazia Guidoni

Massa Marittima: l'anziana aveva ingerito barbiturici fatti buttare giù con la forza dalla figlia. Poi "la festa del condannato", che ha portato alla morte della donna. Una lunga agonia iniziata a pranzo e finita in serata

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MASSA MARITTIMA. Giuseppina aveva già ingerito i barbiturici che Maria Grazia le aveva fatto buttare giù con la forza, tenendole il naso tappato con le dita per farle aprire la bocca. Ma non era ancora morta. Rantolava, ancora seduta al tavolo della cucina dell’appartamento di Pontenure, nel piacentino, dove la sessantatreenne sarebbe stata uccisa da sua figlia nell’estate di 3 anni fa. La mamma di Giuseppina Pierini, allora novantenne, era in un’altra stanza. Era in sedia a rotelle ed era malata. Ma Maria Grazia Guidoni, arrestata per omicidio, secondo il racconto che il figlio ha fatto ai carabinieri di Follonica, voleva che partecipasse anche lei a quella “festa”. «Ecco la festa del condannato», avrebbe cominciato a cantare come una litania di morte girando intorno alla madre, sotto gli occhi dell’anziana nonna e del figlio. Giuseppina, però, di morire non aveva alcuna intenzione. La sua agonia sarebbe durata a lungo: cominciata all’ora di pranzo del 3 luglio 2012, la sessantatreenne sarebbe morta in serata.

L’acquisto del materiale. C’è voluto tempo per uccidere Giuseppina. Ma nella mente di Maria Grazia, sarebbe stato tutto pianificato da giorni. Lo hanno scoperto i carabinieri di Follonica che hanno fatto le indagini con la collaborazione dei colleghi del nucleo investigativo di Piacenza. A partire dall’acquisto del materiale che sarebbe poi servito per far sparire il corpo della donna. Qualche giorno prima, in un supermercato di Pianure, il figlio di Maria Grazia avrebbe acquistato, su ordine della madre, una vanga e qualche pala, oltre all’acido che poi è servito per sfigurare il volto della donna.

La lunga agonia. Sarebbero passate ore prima che Giuseppina smettesse di respirare. Una volta uccisa, la donna è stata spogliata e il suo corpo, avvolto in una coperta, è stato caricato nel bagagliaio dell’auto. Madre e figlio hanno percorso quattrocento chilometri, tra Pianure e Massa Marittima per far sparire il cadavere della donna. Hanno tentato di smembrarlo, come è emerso durante l’esame dei resti. C’erano fratture sulle ossa della donna ritrovate tra i rovi che per tre anni le hanno nascoste, ma anche protette dai cinghiali.

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Il casolare. Giuseppina è stata nascosta nella casa dove aveva abitato con il marito fino alla sua morte e dove aveva cresciuto i suoi tre figli. Giuseppina è tornata in quel casolare sulla strada di Marsiliana che i suoi figli avevano venduto anni prima. Chi aveva acquistato quel casolare voleva realizzarci un agriturismo, ma quel progetto non è mai decollato. Quando la donna e suo figlio sono arrivati là, non c’era nessuno. Sono arrivati durante la notte e hanno tentato prima di smembrare il cadavere, poi di seppellirlo. Ma a scavare la buca non ce l’hanno fatta e hanno deciso di gettare Giuseppina tra i rovi prima di ripartire verso Pontenure tentando di cancellare tutto quello che avevano fatto, denunciando, il giorno dopo, la scomparsa di Giuseppina.

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