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Grosseto

Il giallo del biglietto con la targa «Grafia mia, ma mai toccato»

Il giallo del biglietto con la targa «Grafia mia, ma mai toccato»

GROSSETO. Ad Antonino Bilella i venti giorni passati tra la prima e la seconda parte dell'esame sono serviti per mettere a fuoco alcuni particolari. Ma alle parti civili sono serviti per affilare le...

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GROSSETO. Ad Antonino Bilella i venti giorni passati tra la prima e la seconda parte dell'esame sono serviti per mettere a fuoco alcuni particolari. Ma alle parti civili sono serviti per affilare le armi nelle contestazioni da proporre.

Così l'udienza che completa l'interrogatorio dell'imputato per l'omicidio di Francesca Benetti è di fatto una battaglia alla ricerca della contraddizione, da una parte, e della puntualizzazione, dall'altra. E sulle prime, Bilella sembra meno brillante, meno deciso, meno sicuro del 22 dicembre. Segno della croce, prime domande dell'avvocato Alessandro Risaliti (per i figli di Benetti) e Bilella mette quasi subito le mani avanti: «Solo l'altro giorno mi sono ricordato che da mezzogiorno in poi, quando avevamo finito di fare le foto e Benetti stava per andare via, stavo mettendo la nafta al trattore per spostare quei due tronchi che avevo visto poco prima vicino al cancello».

Appare strano, in aula, che nelle sei ore precedenti Bilella non abbia mai fatto cenno a questo particolare, visto che quell'ora, ora e mezzo del 4 novembre erano state scandagliate in modo ossessivo. Contestazioni anche per quanto concerne le telefonate fatte ai figli di Francesca nei giorni immediatamente precedenti, per le quali Bilella non aveva mai fatto cenno all'alluvione occorsa nelle vicinanze o al tubo rotto. «Io in quel periodo ero uno straccio - dice l'imputato riferendosi al gennaio 2014, quando fu interrogato in carcere - Poi, leggendo le carte, il cervello si è reso conto. E comunque io i figli li chiamavo tutti e due, per cortesia» e non per assicurarsi che non venissero in quei giorni a Villa Adua. L'avvocato Francesca Carnicelli interviene in soccorso quando all'imputato vengono contestate le scelte di non rispondere ai primi interrogatori e il presidente accoglie l'opposizione. Viene affrontato l'argomento motosega («ne ho tre, nella stalla»), poi il custode di Villa Adua precisa che quel 4 novembre, dopo aver salutato Benetti, a Bagno di Gavorrano c'era andato una volta sola, e non due come detto nell'udienza precedente. «Mi ero confuso». E dopo aggiunge: «Mi sono svegliato tante volte in queste notti, ho avuto dei flash». Bilella dichiara di non aver sentito alcun rumore provenire dall'appartamento della donna, diviso da un cartongesso e da una porta dal proprio alloggio («quella notte diluviava»). E di non essersi né stupito né preoccupato quando i carabinieri all'indomani erano venuti a cercarlo: «Ho pensato che era andata a trovare un'amica. Ne sono convinto anche oggi. Non l'ho vista morire né rapita. Ero preoccupato solo perché i carabinieri mi avevano trattato così, mi avevano portato in caserma».

L'avvocato mostra a Bilella il biglietto trovato e fotografato nella sua auto dai carabinieri il giorno in cui lui era stato convocato in caserma: numeri, orari e una targa, quella della Opel di Benetti. «Mai toccato questo foglio - precisa Bilella - anche se penso che sì, sia la mia calligrafia. Ma non ricordo altro». Quando era tornato a Villa Adua, dopo essere stato in caserma, per prendere il pianale della Punto di cui si era poi sbarazzato («ma non volevo che i carabinieri non lo trovassero, sennò l'avrei sotterrato»), era entrato a casa? «No». Ma quel biglietto era stato sequestrato a casa: come ci è entrato?

Poi però Bilella appare più sicuro. Rintuzza gli attacchi, si richiama a quanto detto in precedenza, ricorda di non guardare mai l'orologio, in ultima analisi si rifugia in un «non ricordo», ribadisce che Aldo Scotto (l'ultimo fidanzato di Francesca) «dice falsità». E poi, a domanda diretta, risponde: «Non ho ucciso nessuno».(p.s.)

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di Redazione web