Sicurezza
«I miei giorni di inferno chiuso in cella»
Bilella si sfoga anche contro i carabinieri «Villa Adua? Un troiaio prima che arrivassi io»
GROSSETO. Giorni infernali quelli trascorsi da Antonino Bilella in carcere, accusato dell’omicidio di Francesca Benetti. «Per quasi 50 giorni sono stato in isolamento, per mesi non mi sono fatto la barba». Ma anche le ore precedenti al fermo erano state tremende: Bilella coglie l’occasione della parte finale dell’esame, quando viene interrogato dal difensore Francesca Carnicelli, per ricordare i metodi cui fu sottoposto dai carabinieri. «Io ho grande rispetto per l’Arma ma...». E sottolinea i modi bruschi, per non dire di più, cui lo sottoposero i marescialli. «Mi dicevano “parla, dicci dove l’avete nascosta tu e Lido”«, intendendo l’amico Lido Volpi, estraneo comunque all’imputazione. Un film dove scorrono le ore in caserma: «Mi mettevano davanti le foto della signora Benetti. Ma io non sapevo nulla. Poi ero svenuto». Si era risvegliato in ospedale, prima di finire in carcere.
La parte iniziale delle domande dei suoi difensori sono però concentrate sul lavoro: prima di Villa Adua e nel periodo a Villa Adua. Dice Bilella: «Prima che arrivassi io lì era un troiaio, come dite voi qui». L’avvocato proietta le foto scattate da Bilella a gennaio 2013, poco dopo il suo arrivo: foto che mostrano un terreno invaso da vegetazione, una stalla in disordine, campi diventati boschi. Tutto diverso dalla situazione trovata dagli stessi carabinieri a novembre 2013, in occasione del fermo. Bilella, insomma, non sarebbe quell’affittuario negligente descritto dai testimoni, che avevano riferito parole che sarebbero state pronunciate da Benetti. «Lei non mi aveva mai detto che dovevo andare via». Con la proprietaria «rapporti buonissimi». Lui svolgeva piccoli lavori di faidate per lei, lei gli aveva dato la tessera del supermercato per caricarci sopra i punti, erano andati a cena con Igino (ex fidanzato) ma anche da soli e con la figlia di lei. «Io le detti 150 euro a titolo di risarcimento delle spese che lei aveva sostenuto per riparare i danni conseguenti all’intervento dei vigili del fuoco nella sua abitazione, quella volta che li avevo chiamati perché io credevo che si fosse sentita male». Ribadisce: «Io credevo che fosse povera, mi diceva sempre che sopravviveva con la pensione». Un quadro di normalità, senza scatti: «L’anello per lei? Non porto nemmeno la fede!».
Cinquanta giorni isolato: «Il 23 gennaio, quando venni interrogato, ero in condizioni disastrose, non mi reggevo in piedi. Quando partecipai a Firenze all’udienza di riesame le guardie mi dovevano sostenere». Era preoccupato? chiede Carnicelli: ««Preoccupato per me, preoccupato per i miei nipotini. Lo sono ancora».
La parte civile incalza sulle macchia di sangue di Benetti nella Punto, un particolare che sarebbe stato introdotto da Bilella senza che nessuno gliel’aveva contestato. L’agricoltore non si scompone: «Non ho mai caricato nulla sull’auto, della macchia mi avevano parlato i carabinieri». Torna a bomba l’accusa: sulla vicenda Banini (l’escavatorista), lei dice che era estromesso ma si comporta poi in altro modo, autorizzando l’intervento. Poi il pianale buttato via a differenza della ruota di scorta («mi serviva»). E poi perché ci parla solo ora della nafta? «Ho letto le 180 pagine dell’interrogatorio e mi è venuto in mente».
La Corte di assise, a conclusione delle 10 ore di udienza, ha respinto la richiesta della difesa di ascoltare in aula la conversazione tra Benetti e il marito. Oggi è la volta dei consulenti della difesa.
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