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Bloccata da soldati israeliani la delegazione Cei con il vescovo Cetoloni
Il monsignore era in visita in Terra Santa dal 7 al 14 gennaio 2016. Ecco il suo racconto. Dal faccia-a-faccia con le milizie all'incontro con la comunità sofferente. «Cosa mi ha colpito di più? Questa frase: "Abbiamo perso tutto ma non la fede"».
GROSSETO. Il vescovo Rodolfo Cetoloni ha rappresentato la Conferenza episcopale italiana nella delegazione internazionale che dal 7 al 14 gennaio 2016 ha fatto visita alle comunità latine di Palestina e Medio Oriente che fanno capo al Patriarcato di Gerusalemme per verificare la situazione complessiva dei cristiani, le loro difficoltà, i loro bisogni, le loro condizioni. Il cammino della delegazione internazionale dei vescovi è stato interrotto da «una camionetta con tre militari israeliani che - racconta il vescovo - ci ha impedito di passare e andare oltre. Tutto questo fa pensare alla necessità di andare, vedere e raccontare. Se si impedisce di vedere, forse c'è qualcosa che non va».
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«Siamo andati ad incontrare dei fratelli, ad ascoltarli e a raccogliere ciò che stanno vivendo - commenta il 15 gennaio il vescovo Cetoloni - con l'obiettivo di creare un'opinione pubblica a livello civile e politico. Obiettivo, farci carico della situazione del Medio Oriente».
Il vescovo ha rilasciato queste dichiarazioni durante un'intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000. Cetoloni è stato in visita, dal 7 al 14 gennaio, alle comunità cristiane di Gaza e Betlemme e ai rifugiati in Giordania con lo status di rappresentante della Cei nell'Holy land Coordination, il Coordinamento di Terra Santa, costituito da vescovi provenienti da tutta Europa, Nord-America e Sud-Africa.
Dal 7 al 14 gennaio è stato in visita alle comunit cristiane di Gaza e Betlemme e ai rifugiati in Giordania. «Le nostre radici sono legate alla Terra Santa - ha aggiunto il vescovo - dove vive da sempre una comunità cristiana, che chiamiamo le "pietre vive", continuamente provata. Dobbiamo non farli sentire abbandonati».
«A Gaza - ha proseguito monsignore - è emerso l'impegno della comunità cristiana a rimanere, nonostante la grande distruzione. Abbiamo avvertito anche un senso di pesantezza frutto di un sentire diffuso del "non cambia nulla, le cose vanno peggiorando».
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«Nella zona di Betlemme e del Cremisan abbiamo avuto un contatto con un'associazione di avvocati voluta dal Patriarcato - spiega il vescovo Rodolfo - per difendere le persone che perdono i propri terreni a causa della costruzione del muro. Abbiamo raccolto testimonianza di ingiustizie subite e incertezze per il futuro: la gente si sente esposta a continui soprusi».
Sull'espisodio della camionetta dei militari il vescovo Cetoloni iniste sulla necessità di vedere e documentare. «Senza qualcuno che guarda e racconta - dice - le cose si dimenticano». «Da 40 anni frequento questa terra - ha ricordato - ho vissuto la prima e seconda Intifada. La decisione del muro ha colpito diverse famiglie in ciò che avevano di più caro, come ad esempio lo sradicamento di diversi ulivi di 2.000 anni che rappresentano la tradizione di padre in figlio».
I vescovi hanno infine incontrato in Giordania i cristiani iracheni in fuga dalle persecuzioni dell'Isis: «I cristiani iracheni non sono nei campi profughi perchè le famiglie cristiane e le parrocchie si sono fatte carico di loro».
«In una notte alcune famiglie hanno perso tutto - aggiunge - Mi ha colpito una loro frase: "Abbiamo perso tutto ma non la nostra fede. Forse abbiamo perso tutto perchè abbiamo voluto mantenere la nostra fede ma essa ci fa vivere».
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