Il Tirreno

Grosseto

Toscana economia
AGRICOLTURA

Trecento giovani scelgono la terra

di Giovanna Mezzana
Giovani donne al lavoro nei campi (foto d'archivio)
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Giovani donne al lavoro nei campi (foto d'archivio)

In Maremma tanti sono gli aspiranti neo coltivatori candidati al bando con cui la Regione agevola con 40.000 euro a progetto la nascita di nuove imprese

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GROSSETO. C’è voglia di agricoltura in Maremma e ad averla sono i giovani. In 325 hanno fatto domanda per usufruire delle agevolazioni – 40.000 euro a fondo perduto – messe in campo dalla Regione Toscana a favore di chi ha tra 18 e 40 anni e vuole creare da zero una nuova impresa agricola. Le graduatorie usciranno a stretto giro ed è credibile che «su circa 300 domande arrivate dalla Maremma almeno 150 (una su due) possano ottenere il finanziamento» valuta Marco Remaschi, assessore regionale all’agricoltura, intervenuto ieri, 13 gennaio, al convegno organizzato all’hotel Granduca di Grosseto da Fai Cisl su caporalato e lavoro nero. E chi, tra gli aspiranti imprenditori agricoli, dovesse rimanere fuori, ha una seconda chance: la Giunta regionale ha appena deciso di incrementare il fondo che alimenta la misura attivata dal bando portandone la dotazione da 40 a 100 milioni di euro.

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Tante richieste. Il bando della Regione ha fatto centro: ad esso hanno partecipato 1.761 giovani toscani che aspirano ad ottenere risorse economiche fresche per inaugurare un’impresa agricola; del totale, è maremmano il 18,4% di chi ha presentato domanda ed è la percentuale più alta fra tutte le province toscane, incluse quelle a vocazione agricola come Siena e Arezzo che si collocano rispettivamente al secondo e al terzo posto con 298 e 220 domande.

Soldi a chi. Nel 2016 dunque la Maremma potrà contare su almeno 150 nuove imprese agricole condotte da giovani che, oliati gli ingranaggi con i fondi regionali, dovranno poi camminare con le loro gambe. È anche per garantire un futuro a questi giovani ed entusiasti neo imprenditori che il settore deve essere sano. «Chi non lavora nella legalità – dice Remaschi – non deve avere accesso a nessun tipo di finanziamento pubblico: e dobbiamo essere consapevoli che questo possa comportare anche la chiusura di una quota di aziende». Il riferimento è al lavoro nero e al ricorso all’intermediazione dei cosiddetti caporali per reclutare manodopera agricola. Chi utilizza questi mezzi non deve avere un euro dalle casse pubbliche, secondo Remaschi, che accarezza anche l’idea che la Regione Toscana possa incentivare – «con un sistema di premi» quelle imprese agricole che aderiscono alla Rete del lavoro agricolo di qualità, un progetto ancora semi-sconosciuto: sono appena 200 dalla Valle d’Aosta alla Sicilia – secondo i dati di Fai Cisl – gli imprenditori che hanno aderito a questo progetto per un’agricoltura di legalità che di solito fa pendant anche con la qualità (dei prodotti).

Qui i datori. L’idea di un sistema di incentivi piace al mondo datoriale: anzi, va proprio nel solco tracciato dal direttore di Confagricoltura Paolo Rossi. «L’agricoltura sta attraversando un crisi strutturale spaventosa – dice Rossi, relatore ospite al convegno di Fai Cisl – Vendiamo un litro di vino sfuso a 40 centesimi di euro, un litro di olio a 4,70 euro. Ci rendiamo conto o no di cosa stiamo parlando? E intanto la contribuzione che l’imprenditore agricolo paga – affonda Rossi – è aumentata del 2,3% e il Governo parla di aprire ai prodotti agricoli dei paesi dell’Africa Mediterranea. Dobbiamo tutelare le imprese che lavorano nel rispetto delle regole: io rappresento quelle, chi non lo è non voglio rappresentarlo. E bisogna tutelarle sotto il profilo reddittuale. Il fenomeno del caporalato è una concorrenza sleale e stravolge ogni principio dell’impresa etica: primo fra tutti, quello della garanzia salariale che è il giusto compromesso tra chi dà lavoro e chi lo offre».

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