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La Fai Cisl: «I voucher? Sono caporali cartacei»
Secondo il sindacato sono 3.000 i braccianti agricoli in Maremma che hanno a che fare con gli intermediatori della manovalanza.
GROSSETO. Sono oltre 3.000 in Maremma i lavoratori del mercato nero delle braccia. È una nuova stima, ed è quella di Fai Cisl: esce dal convegno che la federazione agricola toscana ha organizzato ieri all’hotel Granduca di Grosseto con i vertici maremmani e con quelli nazionali, e dedicato proprio a questo tema.
Ore lavorate e paghe. «Nelle aziende vitivinicole – dettaglia Antonella Biondi, segretaria Fai Cisl di Grosseto e Siena – vengono impiegati soprattutto immigrati dall’Africa e dall’Asia, lavoratori che in estate fanno i venditori sulle spiagge del Lazio e della Campania e a inizio autunno si spostano in Maremma. Lavorano quasi sempre al nero, per un massimo di 40 euro al giorno e per 10-12 ore» di fatica.
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Maledetto voucher. In Maremma il caporalato non è un fenomeno nuovo. Eppure se si ragiona su alcuni strumenti messi a disposizione anche “abbastanza” recentemente dalla norma, ci si accorge di quanto “la questione” sia nell’ultimo decennio sfuggita di mano. Anche in Toscana. Uno di questi strumenti è il voucher o (ormai) buono lavoro, titolo di pagamento che mette al riparo il datore di lavoro in quanto il valore nominale di esso include un po’ di contribuzione Inps e un minimo di assicurazione anti-infortuni Inail. Era nato per l’agricoltura il voucher: o meglio, per evenienze, limitate nel tempo e per solo alcune categorie di prestatori d’opera: i giovani che volevano farsi un gruzzoletto offrendo braccia alla vendemmia o i pensionati che cercavano un’entrata aggiuntiva. Ai voucher c’è stato un ricorso talmente massiccio che «ormai sono diventati una tipologia contrattuale – denuncia Luigi Sbarra, commissario Fai nazionale – Io dico che sono caporali cartacei».
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Chi strozza chi. Più ci si cala nel fenomeno, più si vede quanto sono variegate le formule dello sfruttamento. E quanto è “vizioso” il circolo. «La vera battaglia da condurre – dice Sbarra – è contro la Grande Distribuzione dell’agroalimentare, che impone i prezzi e, di conseguenza, decide quali aziende resistono e quali invece sono condannate a morte. Se un chilo di mandarini in Calabria vengono venduti a 13 centesimi e un chilo di pomodori a 18 centesimi, all’agricoltore non rimane che scegliere tra lasciare il prodotto a marcire sulla pianta o arrangiarsi».
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La Legge e le pene. Fai Cisl è d’accordo con la proposta di legge del ministro Martina che tende a colpire il fenomeno del caporalato inteso come intermediazione illecita di manodopera: il disegno va bene, secondo Fai Cisl, perché inasprisce le pene di chi di intermediazione illecita si nutre e ci fa impresa; prevede la confisca dei beni dell’agricoltore, misura che ha portato risultati sul fronte della guerra alla mafia, per esempio; e ancora perché «prevede l’arresto obbligatorio – descrive Sbarra – mentre prima era facoltativo. Il timore è che vadano a buon fine le pressioni delle lobby che puntano a modificare questo disegno di legge durante l’iter parlamentare» sottolinea il commissario nazionale di Fai Cisl.
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