Attenzione
Fallimenti, una mappa in chiaroscuro
Dimezzati in dodici mesi, forse per via del cambiamento delle norme e forse a causa del tessuto economico ridotto
GROSSETO. Parlare di inversione di tendenza è probabilmente esagerato. Ma leggere come positiva la diminuzione - addirittura il dimezzamento - del numero dei fallimenti registrati in Maremma potrebbe essere fuorviante. C'è comunque un dato oggettivo: sono passati dai 20 nel 2014 ad appena 8 nel 2015. E in Tribunale non sanno dire se il dimezzamento sia dovuto al cambio delle normative, introdotto ormai alcuni anni fa, oppure al fatto che il ridotto tessuto imprenditoriale ha comportato una proporzionale riduzione dei numeri generali. Forse c'è un po' di questo e un po' di quello. E il quadro generale economico, anche se in fase di leggera ripresa, non lascia spazi di grande ottimismo. Venti anni fa, anche quindici anni fa, le cifre erano sostanzialmente, enormemente diverse: 65-60 fallimenti all'anno.
Verosimilmente, la relazione di inaugurazione dell'anno giudiziario che il presidente della Corte di appello di Firenze leggerà fra pochi giorni darà un quadro più completo, e comunque paragonabile con i dati relativi agli anni precedenti. L'anno scorso, per la nostra provincia, dal Tribunale di Grosseto arrivava la conferma della «tendenza all'incremento delle istanze di fallimento, sintomo di diffuso stato di insolvenza delle imprese debitrici, con proporzionale incremento delle pronunce di fallimento, solo in parte evitate dal ricorrere dei casi di esenzione». Un anno fa, permaneva «la difficoltà a chiudere le procedure fallimentari stante la pendenza di procedimenti giudiziari nei quali la curatela è parte attrice o convenuta. Infatti, l'aumento del numero assoluto di fallimenti ha determinato chiusure numericamente molto inferiori alle aperture, nonostante il costante sostegno garantito alle iniziative di tipo transattivo intraprese dalle curatele e dalle controparti». Parole non diverse da quelle utilizzate nel 2014.
Società immobiliari, edilizia, confezioni sono le ditte che non sono riuscite a salvarsi dalla crisi nel corso del 2015. Altre degli stessi settori, ma anche alcune aziende più spiccatamente artigianali come pure ditte del settore energia, compaiono tra quelle che invece sono state ammesse alle procedure concorsuali: ai concordati preventivi, in altre parole. Quest'ultime sono 17 (ed erano 26 nel corso del 2014). Un nome per tutti: Scarlino Energia srl. L'anno scorso c'erano state anche 11 liquidazioni coatte amministrative e una procedura per "sovraindebitamento" (un termine introdotto dalla legge 3 del 2012 e che disciplina la possibilità di rinegoziare il debito) per un'azienda agricola della provincia.
Sia nel 2014 (per il 2013), sia nel 2015 (per il 2014), la magistratura aveva letto le istanze di concordato preventivo come un fenomeno «da considerare positivamente, per i risultati benefici indotti sulle imprese debitrici e sull'economia complessiva del circondario». Ma c'è stato un problema nel 2014: la relazione segnalava che si era «inoltre accentuato il fenomeno della mancata presentazione dei piani nei termini assegnati e prorogati, con conseguente declaratoria di inammissibilità delle istanze e, di regola, con la successiva pronuncia di fallimento. Ciò denota un uso strumentale delle istanze, verosimilmente presentate al solo scopo di conseguire il beneficio dell'art.168 della legge fallimentare". Il comma 1 di quell'articolo recita: "Dalla data della presentazione del ricorso e fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato preventivo diventa definitivo, i creditori per titolo o causa anteriore al decreto non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive sul patrimonio del debitore». Insomma, uno stop parziale cui deve seguire comunque perentoriamente un'azione pianificatoria. E non tutti erano stati in grado di far ripartire la macchina.
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