Il dolore
«Mi hanno rapito e marchiato a fuoco» Finisce in tribunale
Imputato dopo essersi inventato una storia incredibile Avrebbe anche chiesto a una ragazzina filmati pornografici
SCARLINO. Ci mancava soltanto che dicesse che lo avevano rapito gli alieni per tentare di nascondere quello che aveva fatto e forse polizia e 118 ci avrebbero messo meno a capire che dietro a quelle telefonate si nascondeva un uomo che, per coprire un reato, ne aveva inventati altri. Per questo un uomo di 35 anni è stato citato a giudizio dal sostituto procuratore Stefano Pizza che all’epoca si era occupato di questo strano caso che ha come sfondo Scarlino.
Tutto sarebbe cominciato con una e-mail inoltrata dal suo indirizzo di posta elettronica a quello della fidanzata del figlio di sua moglie, con la quale veniva chiesto alla ragazza, ancora minorenne, di rispondere con un video osè, nel quale la ragazza avrebbe dovuto praticare atti di autoerotismo per passare poi ad alcuni video nei quali si sarebbe dovuta far riprendere durante un rapporto con il fidanzato o ancora meglio con il compagno della madre. Ovvero con lui. Il perché di questa richiesta era spiegato nella stessa e-mail: qualcuno aveva inviato quelle richieste all’uomo perché era in possesso di una foto della ragazza nuda. E se non avesse ricevuto indietro quei video, non avrebbe esitato a pubblicare quello scatto senza veli su Internet. La ragazza però non è cascata nel tranello e non ha inviato filmati al compagno della suocera.
Se si fosse limitato a questo, l’uomo si sarebbe beccato un’accusa di minacce e la faccenda si sarebbe probabilmente chiusa più velocemente. Ma è quello che il trentaquattrenne avrebbe fatto ad essere finito nel fascicolo del sostituto procuratore che ha aperto un’indagine per simulazione di reato. Il giorno di San Valentino dello stesso anno, due settimane dopo l’invio della e-mail di minacce nei confronti della ragazza, il trentaquattrenne, difeso dall’avvocato Diego Innocenti, avrebbe chiamato la Questura di Grosseto, alle 9,30 del mattino fingendo, al telefono con l’operatore, di non essere lui e citando il suo cognome, avrebbe detto: «Se fa il nome di qualcuno la ammazziamo». Una comunicazione secca, durata soltanto pochi secondi.
Quattro giorni dopo però, l’uomo si è presentato negli uffici della polizia postale per raccontare di essere stato contattato, molti mesi prima, da tre persone, due uomini italiani e una donna russa che gli avevano chiesto di realizzare un programma informatico per effettuare un attacco alla Banca d’Italia. Lui si sarebbe rifiutato, ma i tre lo avrebbero picchiato e gli avrebbero anche strappato un’unghia del dito mignolo del piede sinistro. Dopo quell’episodio i tre avrebbero continuato a mandargli e-mail e a chiamarlo al telefono per convincerlo a fare quello che volevano. Minacciandolo di ucciderlo se non avesse dato seguito alle loro richieste.
L’epilogo di tutta questa vicenda nella quale si sono incrociate, per settimane, minacce, telefonate, avvertimenti è avvenuto pochi giorni dopo la denuncia presentata alla polizia postale quando ha chiamato il 118 per chiedere l’intervento di un’ambulanza.
All’operatore che aveva risposto al telefono l’uomo ha raccontato di essere stato sequestrato quattro giorni, quelli passati appunto dalla denuncia alla polizia postale fino all’allarme lanciato ai sanitari. E durante la sua prigionia, il trentaquattrenne sarebbe stato marchiato a fuoco e gli avrebbero tagliato un dito. In effetti, quando è stato visitato, il suo dito era stato tagliato ma il sospetto degli inquirenti è che a far tutto questo sarebbe stato lui per rendere credibile la storia che aveva raccontato.
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