Sicurezza
Si sveglia dopo due mesi di coma: "Vi racconto com'è rinascere"
Grosseto: era in uno scooter quando una canoa si staccò da un'auto e lo colpì. Ferruccio Lucheroni, presidente di Confersercenti si racconta: "Appena aperto gli occhi ho chiesto all'infermiera una gazzosa"
GROSSETO. Di quel momento terribile - 7 mesi fa - restano ricordi fumosi. Solo un flash, un’interruzione brusca: lui che cade con lo scooter e si protegge gli organi vitali. Da lì in poi il buio: black out. Due mesi di coma in cui corpo e gambe sono frantumate e la mente esiste come puro istinto vitale senza ricordi né pensieri, finché - lentamente - la ruota non si ricompone e torna lentamente a girare. Gli occhi si riaprono e il presidente torna alla vita. Fruga intorno con lo sguardo, e a un infermiere chiede: «Mi dà una gazzosa?». Ha sete.
Ricomincia così l’esistenza di Pier Ferruccio Lucheroni, 66 anni, presidente provinciale di Confesercenti. Sette mesi fa era alla guida di uno scooter quando fu travolto da una canoa che si era staccata da un’auto. Per mesi ha combattuto tra la vita e la morte: ora che è stato dimesso (il 18 dicembre), è tornato a casa accolto da un bagno di folla.
Presidente, bentornato.
«Grazie, si resiste. Ero stato chiamato dall’alto, ma non mi ci hanno voluto e mi hanno rispedito quaggiù. Ero stato anche in coma: un’esperienza terribile per me e per la mia famiglia ma ne sono uscito e sono contento, giusto in tempo per passare a casa le vacanze di Natale e il mio compleanno che era il 27 dicembre. Il giorno del rientro è successa una cosa bellissima. In tantissimi sapevano che sarei rientrato e sono venuti davanti al cancello ad aspettarmi, anche con i cartelli. C’erano 200 persone. Non avrei immaginato: nella mia umiltà e nel mio piccolo - io sono nato e cresciuto umile - mi piace pensare che si raccatti quello che si è seminato».
Cosa ricorda di quel 30 maggio, giorno dell'incidente?
«Niente. Ho avuto una botta improvvisa e sono sparito nel nulla. Ho visto un “coso” nero che mi veniva addosso e mi sono protetto, ho difeso per istinto gli organi principali che sono il cuore, il fegato e la milza chiudendomi come un riccio. Di quel che è successo mi sono accorto dopo 2 mesi quando sono uscito dal coma. Ero a Siena: pare che gli occhi li avessi aperti anche quando ero sempre addormentato ma non ne ero consapevole. Invece quel giorno…»
Quel giorno?
«Aprii gli occhi e cercavo cose che non c’erano. Ero fuori fase. Avevo sete e chiesi una gazzosa. Da lì in poi una cosa alla volta: mia moglie Stefania mi portò il telefono, mi fece guardare i nomi per vedere se li riconoscevo. Chi era di Orbetello, chi di Santo Stefano… Pian piano ritessevo i fili col mondo in un “collegamento generalizzato”. Sembra strano ma il telefono riconnette i pensieri. Mi ripetevo: allora è vero, sono vivo. La mia famiglia non mi ha mai lasciato, è stata sempre con me. Mia moglie, i miei figli Giancarlo e Manuela, i nipotini di 7 e 4 anni che venivano una volta a settimana».
Il recupero è stato difficile?
«Lungo e complicato. Sono stato curato e operato a Siena, poi ricoverato a San Giovanni Valdarno, Arezzo, ma sempre tornando a Siena a fare i controlli e poi di nuovo ad Arezzo. E non è finita. Devo fare ancora le analisi, sono sotto controllo, fare fisioterapia per le gambe che non si muovono bene. E tornare ad Arezzo. A Siena sono stato anche operato, mi hanno fatto di tutto. Il casco che avevo in moto si era spaccato interamente con conseguenze alla testa. Poi le gambe: le avevo quasi frantumate. Mi hanno messo una staffa di ferro inchiodata alla gamba destra che mi teneva come “inscatolato”. Sono stato per mesi con questa “scatolatura”, poi me l’hanno levata a Siena: quel giorno la sala operatoria era tutta piena di studenti e professori che erano venuti a guardare…»
Com’è passato il tempo?
«In ospedale mi è stata resa la vita facilissima: ho scoperto una dimensione nuova che non mi era mai appartenuta. Là mi hanno consentito di fare tante cose, ho letto uno “scatafascio” di libri di storia sulla Maremma e la Toscana. Ho anche contribuito, sempre in carrozzina, a organizzare qualcosa per tenermi su il morale. Il martedì in ospedale facevano spettacoli per malati e io ero sempre presente. Un giorno mi chiesero di fare qualcosa e mi misi a raccontare l’economia degli etruschi che avevo appreso da ragazzo...».
E l’associazione?
«Fondamentale per me: non ho mai staccato il legame con Confesercenti che anzi mi ha reso tutto vivibile: mi ha riattivato i meccanismi, le conoscenze, mi ha dato una mano. Perché il gruppo dirigente non è solo “Ferruccio” ma diversa gente, che mi ha dato la possibilità di tenermi in contatto col mondo e farmi sopravvivere».
È presto per tornare operativo?
«Nella mia umiltà resta sempre infinita la mia disponibilità di aiutare per un bisogno comune. L’economia e i commercianti hanno ancora bisogno di essere aiutati, c’è necessità di dare un contributo, sia alle aziende che ai dipendenti e alle famiglie. Quando ci saranno le votazioni nel 2017 rimetterò le mie credenziali, anche per dare modo di fare un cambiamento e avvicendarmi».
Dopo l’incidente cos’è cambiato per lei, oltre alle condizioni fisiche da recuperare?
«L’incidente ha creato in me qualcosa di intangibile. In questi lunghi mesi ho riflettuto, non ero mai stato in ospedale, ho avuto per la prima vota questa esperienza che mi ha portato più a contatto con la famiglia, gli amici, le persone. Ora mi sento più possibilista nei rapporti umani, anche con quei soggetti che prima erano lontani dalla mia visione di vita, magari tenaci e aggressivi, ora sono più aperto al confronto e al dialogo. La vita mi è passata lontano, poi è tornata e ha smussato certe cose. Va sempre lasciato uno spiraglio di vicinanza con tutti. E ho anche capito una cosa. Che la sincerità, quando c’è, la capisci e la sai riconoscere sempre. La mia è una storia di vita, che posso raccontare e che mi ha insegnato questo».
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